29 novembre 1905. Nasce Marcel Lefebvre

Centoundici anni fa, a Tourcoing, in Francia, nasceva un bimbo che sarebbe diventato l’Arcivescovo Mons. Marcel Lefebvre. Lo ricordiamo con un estratto della biografia scritta da Cristina Siccardi. Un uomo, un santo, guidato da un amore totale per Cristo.

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zzzzmnslfvrUn lettore ci scrisse, non molto tempo fa: che sarebbe stato della Liturgia, se il Signore non ci avesse donato Mons. Lefebvre? La domanda era appropriata e non limitativa, perché Mons. Lefebvre è spesso ricordato dai suoi detrattori come l’uomo che si era ribellato a Roma “per la Messa in latino”. Quasi che si trattasse di un suo pallino.

Non era un suo pallino. Mons. Lefebvre sapeva che la Liturgia è il centro della vita cristiana e che distruggendola ci si avviava sulla strada della distruzione della Fede. Monsignore aveva capito la carica rivoluzionaria del Concilio Vaticano II e metteva in guardia la Chiesa dal germe maligno che si stava sviluppando in essa; aveva capito i pericoli mortali nascosti dietro le belle parole che iniziavano a divenir di moda: “collegialità”, “ecumenismo”, “libertà religiosa”…

Non ci fu nulla da fare. Vox clamantis in deserto, non ebbe timori nell’affrontare le conseguenze del suo agire, definito frettolosamente come “ribellione a Roma”, dettato invece dal suo totale amore per la Verità. La Verità è Nostro Signore Gesù Cristo. Per questo amore, Mons. Lefebvre subì il grave oltraggio della scomunica.

Oggi, col disastro della Chiesa sotto gli occhi di tutti, dobbiamo tutti ripensare all’opera di questo grande successore degli Apostoli e ringraziare il Signore che ce lo volle donare. Dobbiamo conoscerlo e capire la grandezza della sua azione e della sua abnegazione. In special modo, preghiamo il Signore affinché restino fedeli, per primi, coloro ai quali Mons. Lefebvre ha lasciato in eredità la sua preziosa opera.

29 novembre 1905 – 29 novembre 2016. Monsignore è più vivo che mai nei nostri cuori.

Paolo Deotto

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Ringraziamo vivamente la carissima Cristina Siccardi, scrittrice, collaboratrice di Riscossa Cristiana, che ci consente di pubblicare un significativo capitolo della biografia di Mons. Marcel Lefebvre, da lei pubblicata con Sugarco, con il titolo MONS. MARCEL LEFEBVRE. NEL NOME DELLA VERITA’.

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Cap. 11, pp. 103-111

A Lambaréné, con Schweitzer

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zsiccardibioglefebvreFurono in molti a dispiacersi quando padre Neyrand fece ritorno alla missione. Si era nell’agosto del 1939 e a padre Lefebvre venne concessa una vacanza in patria, ma fu decisamente inquieta. Si imbarcò l’11 agosto 1939. A bordo trovò, con piacevole sorpresa, un confratello e amico d’infanzia, padre Émile Verhille, missionario nel Congo-Brazzaville, anche lui diretto in Francia. Al largo della Sierra Leone il comandante dell’imbarcazione ordinò ai due religiosi di raggiungere immediatamente il porto amico più vicino.

La guerra era scoppiata. I padri Lefebvre e Verhille raggiunsero la città di Freetown. Il 1° settembre la Germania invase la Polonia e due giorni dopo Inghilterra e Francia le dichiararono guerra. Il battello ripartì per Dakar e qui i due confratelli ricevettero l’ordine di mobilitazione: «Mobilitato a Dakar? Oh, no! – si disse Padre Marcel – Rimane là, nel deserto? No! Almeno rientrare in Francia. Se bisogna andare in guerra, andremo in guerra, ma non a Dakar!»[1]. Padre Émile domandò che cosa avrebbero dovuto fare, «Ce ne andiamo. Saremo comunque mobilitati, ma non qui, per lo meno!»[2]. Fu così che salirono nuovamente sul battello, che si affiancò a quattro-cinque battelli, scortati da alcune navi da guerra, poiché erano già stati affondati dei battelli al largo della Mauritania. Raggiunsero Bordeaux. Padre Marcel fu mobilitato e rimase un mese. Intanto disposizioni ministeriali stabilivano che i francesi, quindi i missionari, residenti nelle colonie, sarebbero stati mobilitati sul posto. Verso la metà di ottobre ricevette il biglietto rosa di mobilitazione alla colonia, trascorse un mese in famiglia, dove rivide suo padre l’ultima volta, dopodiché si imbarcò a Bordeaux con altri nove religiosi e una suora spiritana per far ritorno in Gabon.

Qui il Vescovo Tardy nominò padre Marcel superiore provvisorio della missione di Santa Maria, dove mancava temporaneamente padre Defranould. Nel maggio del 1940 venne mobilitato sul posto alla prima compagnia del battaglione di fucilieri del Gabon e ricevette il suo corredo militare il 17 giugno, ma fu presto smobilitato, a causa dell’armistizio con la Germania firmato il 22 giugno.

Padre Marcel dall’agosto 1940 ad aprile del 1943 fu superiore ad interim della  missione San Paolo di Donguila, una città che aveva subìto lo spopolamento poiché molta gente era andata in cerca di fortuna nella vicina capitale, Libreville. Nonostante il suo mandato fosse considerato provvisorio, in attesa del ritorno di padre Henri Guillet, padre Marcel si adoperò per realizzare opere per la missione; di grande rilevanza furono la costruzione della chiesa di Kango e l’installazione della banchina.

«Riunire tutti attorno all’altare questo è lo scopo del sacerdote. Così, in missione, la prima cosa da fare nella zona è costruire una chiesa per celebrarvi il santo sacrificio, per attirarvi le persone e amministrare loro i sacramenti. E le persone non domandano nulla di più […]. Bisogna vedere come gli indigeni sono felici della bellezza e della grandezza della loro chiesa, perfino quando si trovano nella miseria più nera!»[3].

La religione, il mistero, la realtà trascendente sono elementi molto presenti nelle culture africane, infatti, come afferma Benedetto XVI «in Africa il problema dell’ateismo quasi non si pone perché la realtà di Dio è così presente, così reale nel cuore degli africani che non credere in Dio, vivere senza Dio non appare una tentazione»[4] e padre Lefebvre  sapeva bene che la gente africana, il più delle volte, accoglie con entusiasmo la rappresentazione del sacro, perciò l’altare è il più grande segno tangibile della presenza di Dio in terra, un Dio che si fa corpo e sangue per la salvezza di ogni uomo.

Padre Marcel scelse il luogo della chiesa e ne progettò la realizzazione. San Marcello di Kango venne costruita con materiali del luogo oppure trasportati da Donguila attraverso le chiatte; il legno venne tutto tagliato alla falegnameria della missione.

Si occupò anche della banchina a lunga gittata, trecento metri, capace di arrivare fino al largo delle acque e alla quale poter attraccare lance, chiatte e battelli. I piloni, nei quali si colò il calcestruzzo, venivano posizionati quando c’era la bassa marea e collegati fra di loro da tavole coperte di assi. Due piloni al giorno, al ritmo delle maree. Anche padre Marcel lavorò con gli operai, affondando nel fango, fino alla cintola. Donguila andò fiera per molto tempo della sua banchina, fino a quando, un giorno, un battello vi urtò dentro, distruggendola.

Martedì 6 giugno 1944 gli americani sbarcano in Normandia, una settimana dopo la testata «Nord libre» annuncia la morte di René Lefebvre. Aveva scritto, nella sua ultima lettera alla famiglia e ai suoi amici, in data 9 settembre 1941: «Sapete che io muoio da cattolico francese, monarchico, perché per me è con l’istituzione di monarchie cristiane che l’Europa, il mondo intero possono trovare stabilità, la pace autentica»[5].

Immenso fu il dolore di padre Marcel quando apprese la tragica notizia, ma la coscienza e consapevolezza vivida di aver avuto un grande genitore, lo spronarono a spargere ancor più il seme del Vangelo e a spiegare la bellezza e la gioia della vita, quella a tutto tondo, non simil-cristiana. Non si vantò mai di questo padre martire, dalla Fede incrollabile e indistruttibile, serbò sempre nello scrigno del suo cuore, con infinito riserbo e immenso amore, la vita di un uomo che aveva speso tutto se stesso per il suo Credo, la sua famiglia e la sua Patria.

Quando arrivava padre Marcel portava migliorie alla vita quotidiana. Cibo, indumenti, igiene, senso di vita e voglia di vivere per i popoli dei villaggi. Una volta salì sulla barca a motore Madouaka per visitare i cantieri del lago Gomé, a ovest del Gabon, per osservare di persona le pesantissime condizioni lavorative degli operai. «Il reclutamento è abominevole e vergognoso si tratta davvero di schiavitù. Le condizioni di lavoro, di paga, le abitazioni sono deplorevoli, soprattutto nelle miniere. Gli indigeni sono in grado di lavorare bene, purché abbiano l’ambiente e l’atmosfera del villaggio, e il conforto religioso che desiderano»[6]. Quando ottenne il permesso di riunire gli operai per la messa e le confessioni, non mancò di presentare tali considerazioni al capocantiere.

Per raggiungere i diversi luoghi della missione, è costretto, con il suo domestico Pierre-Paul, a percorrere chilometri e chilometri, anche a piedi, ma aveva un’andatura così leggera ed elastica che gli permetteva di macinare strada su strada. Una sera si smarrì, non riuscì a trovare la via del ritorno. Si figurò morto lì, da solo con il suo Signore. «A questo pensiero, la sua anima si inondò di gioia: morire là, perduto, solo con Dio! Il suo angelo custode gli fece ritrovare felicemente la strada»[7].

Con sé portava anche la dignità e la libertà umana, quella portata da Gesù Cristo, dal quale nulla può separarci, e annunciata dall’Apostolo delle genti:

«La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.

Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello.

Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore»[8].

Nel 1943 si trovò vacante il superiorato della missione di Lambaréné, perciò venne affidato all’instancabile padre Lefebvre, che qui rimase da aprile ad ottobre del 1945. Come era accaduto nelle altre stazioni, anche in questa si contraddistinse per la sua grande capacità organizzativa. Prima di tutto, però, era sacerdote. Battesimi, confessioni, comunioni, matrimoni, estreme unzioni. Battesimi ed estreme unzioni somministrate anche in un ospedale di Lambaréné, quello fondato dal celebre medico tedesco Albert Schweitzer (1875–1965), luterano, verso il quale padre Marcel ha grande rispetto e ammirazione, ampiamente ricambiata, pur non condividendo la sua filosofia piuttosto incline al panteismo. Un giorno il grande medico gli disse: «Non uccidere questa zanzara, ha il diritto di vivere».

Le relazioni fra la missione cattolica e quella luterana sono di mutua collaborazione: la prima aveva persino contribuito a realizzare l’ospedale, prestando le imbarcazioni e i ragazzi più grandi per il trasporto dei materiali. Allo stesso modo il dottor Schweitzer si recava alla missione di padre Lefebvre per curare i padri malati. Ma non basta, il dottore alsaziano, musicista e amante di Bach, al quale dedicherà delle opere letterarie, si recava nella chiesa di San Francesco Saverio, nelle grandi solennità, per suonare l’organo. È davvero straordinario vedere fianco a fianco padre Marcel Lefebvre e il dottor Albert Schweitzer: dimostrazione plastica di quando la Verità non divide, ma moltiplica il bene.

Gli indigeni assistono rapiti alle cerimonie dove Bach o il canto gregoriano si alternano nei riti e chi sa cantare si unisce al coro di coloro che «conoscono a memoria il loro kyriale e un buon numero di messe delle domeniche e delle feste, grazie al loro Gaschy. Avendo potuto acquistare questo celebre libro da messa annotato, un corista grida la sua gioia: “Adesso ho il mio Gaschy! Evviva! Avrò il mio Cielo! Sarò corista in eterno in Cielo!»[9].

Nella missione le scuole sono attivissime: le ragazze sotto la protezione e la direzione delle suore, mentre i ragazzi sotto quella dei padri. Lefebvre è un padre per gli allievi, sempre sorridente, molto tenero e gli abitanti dei villaggi usavano chiamarlo «il buon padre».

Dal 1932 al 1945 il numero dei cattolici del Gabon passa da 33.800 a 85.471 e in questa crescita incidono sicuramente anche le capacità di padre Lefebvre, definito «uomo di governo» che eccelle nel «rendimento dei servizi della missione»[10]. Padre Marcel si occupa di far vivere dignitosamente le creature a lui affidate, offrendo istruzione e lavoro.

Durante la stagione della secca, dopo la chiusura delle scuole, i ragazzi si recano al lago Niogo, a nord, con le reti da pesca da loro confezionate. Il pesce viene seccato e poi raccolto in fusti. Le ragazze, invece, si recavano al lago Zilé, a est, accanto ad una piantagione. L’esubero della produzione della pesca e della coltura alimentare viene poi venduta per acquistare scorte di manioca e di riso.

Un giorno padre Lefebvre recuperò un fucile, un cacciatore ed un pescatore, potendo in tal modo nutrire i suoi ragazzi al meglio, sia con la carne che con il pesce. Con un magnifico e accattivante sorriso domandava: «Allora, ragazzi si mangia bene?». «Sì, padre, si mangia bene da quando voi siete venuto! Si mangia bene»[11].

Si occupò anche di ammodernare gli impianti industriali, così sostituì il vecchio forno per i mattoni con uno nuovo; rese carrozzabile la strada che dalla missione portava alla città; sostituì la vecchia auto dei padri missionari con un’altra; progettò di sopraelevare il campanile; provvide a far installare l’acqua corrente nelle camere dei missionari; fece arrivare un gruppo elettrogeno e tutta la missione fu illuminata; collegò il tornio della falegnameria ad un piccolo motore; edificò la cappella di Notre-Dame dell’Ogooué.

La gente era sbalordita e sorpresa. Lo indicava come colui che portava la luce, la luce della Fede e la luce elettrica: il buio, con la presenza e l’amore di padre Marcel, spariva nel nulla.

Era difficile estirpare le credenze ancestrali, feticiste e spiritiste delle persone. Spesso padre Marcel, in certe notti, era testimone di riti lugubri e magici: uomini ripieni di vino di palma, volti che si ricoprivano di tetre maschere, danze conturbanti alla luce delle torce, salti pericolosi nel fuoco, corpi che si contorcevano, suoni tenebrosi… L’ignoranza imperversava e lo scopo era quello, con riti magici e superstiziosi, di allontanare gli spiriti del male. Tutto ciò padre Lefebvre non lo tollerava. Allora usciva dalla sua dimora e con alcuni collaboratori disperdeva quei ritrovi malsani. Quando padre Marcel veniva a sapere che un cristiano o un catecumeno era tornato al feticismo gli dispiaceva moltissimo. Una volta decise di andare nella casa del reprobo e a colpi di machete distrusse un feticcio lì custodito. Dirà anni molti anni dopo: «Essi credono ai demoni, ma vivono nel timore e i loro sacrifici sono falsati sin dal principio, arrivano addirittura a praticare sacrifici umani. È la religione deviata dal suo autentico scopo. Nella vera religione, l’oblazione della vittima o dell’offerta è segno della nostra oblazione interiore»[12].

Le missioni da lui gestite migliorarono spiritualmente e, di conseguenza, anche culturalmente, socialmente, politicamente. I successi ottenuti nelle missioni di padre Lefebvre erano indiscutibili, eppure gli Spiritani decisero di richiamarlo in Francia, perché necessitavano della sua presenza nello scolasticato di filosofia. Lesse il biglietto del Superiore generale proveniente da Parigi e «si straziò il cuore. In quel momento avevo le lacrime agli occhi. Gli indigeni se ne accorsero, ma non troppo»[13].

Nelle sue memorie orali dirà:

«Ahi! ahi! ahi! Eravamo nel 1945, verso la fine della guerra, le comunicazioni erano state ristabilite e quel famoso padre Laurent, che era con me al noviziato, era diventato Provinciale di Francia e chiedeva a tutti i costi a monsignore Tardy di mettermi come superiore del Seminario di filosofia a Mortain. Ahi! ahi! ahi! Oh! Ne avrei pianto… Ah! Non volevo più ritornare in Europa: mia madre era morta e anche mio padre in campo di concentramento, i miei fratelli e sorelle, si erano ben sistemati. Ma io volevo rimanere in Gabon definitivamente senza mai più ritornare in Francia. Oh! Vi assicuro che ciò è stato per me una grande, grande prova: “Eccomi, adesso obbligato a lasciare il Gabon!»[14].

Il missionario, quando dona tutto se stesso nella terra che ha raggiunto e che ha fatto sua, non vorrebbe mai tornare indietro, perché, ormai, vede la sua esistenza proiettata unicamente nelle terre del suo servizio. Perdere i figli… i fang, i galoa, abbandonare tutti e tutto. Con dolore, ma con la coscienza di fare la cosa giusta, obbedì:

«Avevo preso la risoluzione di non tentare mai di sapere perché i miei superiori mi destinassero qui o là… e, dovunque fosse, di rimettermi al lavoro, senza complessi, senza grandi rimpianti per il luogo che avevo appena lasciato. Per il resto, alla grazia di Dio! Si vive col proprio temperamento, col proprio carattere, secondo la propria formazione, e il buon Dio dona la grazia della condizione per compiere il compito che vi è stato affidato. Si lavora sotto lo sguardo di Dio […], non per aver buon esito nel proprio percorso, ma per riuscire a salvare le anime, per fare del bene»[15].

Non fu un fatto dolorosissimo soltanto per padre Marcel, ma per tutta la missione. Passò le consegne al suo successore, padre Neyrand, donò il suo fucile al catechista Henri Ngone e un abito al suo domestico Pierre-Paul. Diede l’addio a tutta la missione. I bambini piangevano e padre Marcel esclamò «Mio Dio!» in lingua galoa. I fedeli non volevano lasciarlo partire. Come fare? Decisero di inviare, facendo una colletta, tanti telegrammi all’arcivescovado di Libreville:

«Lasciateci Padre Marcel; che Lambaréné rimanga la sua ultima stazione e se muore, è a Lambaréné che lo si sotterrerà».

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[1] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, pp. 135.

[2] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p.135.

[3] Conferenze spirituali di monsignor Marcel Lefevre a Écône, 30 novembre 1971.

[4]   Benedetto XVI, Intervista concessa dal Santo Padre ai giornalisti durante il volo verso l’Africa, 17-3-2009, «L’Osservatore Romano», 18-3-2009.

[5] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 154.

[6] Da una conferenza sulla libertà del lavoro tenuta a Mortain, cfr. B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 155.

[7] Ricordo di una conversazione di monsignor M. Lefebvre al parlatorio del Carmelo di Sébikotane, in B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 155.

[8] Rm 8,19-39.

[9] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 149.

[10] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 152.

[11] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 152.

[12] Conferenze spirituali di monsignor M. Lefebvre a Écône, 11 gennaio 1972.

[13] B. Tissier de Mallerais, Mons. Marcel Lefebvre. Una vita, Tabula Fati, Chieti 2005, p. 157.

[14] La piccola storia della mia lunga storia. La vita di Mons. Lefebvre raccontata da lui stesso, Conferenze tenute da monsignor Marcel Lefebvre all’Abbaye Saint-Michel il 7, 8 e 12 febbraio 1990, Supplemento a «Tradizione Cattolica», Anno XIX, n. 3 (68) – 2008, Arti Grafiche Baratelli – Busto Arsizio, p. 55.

[15] Conferenze spirituali di monsignor M. Lefebvre a Écône, 109 B, 24 maggio 1984.

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Cristina Siccardi ha pubblicato, sempre con Sugarco, un altro libro, prezioso per conoscere la spiritualità di Mons. Lefebvre: MAESTRO IN SACERDOZIO. La spiritualità di Mons. Marcel Lefebvre. “…Paladino della Tradizione, Monsignor Lefebvre era ben cosciente dell’alta e trascendente dignità del sacerdote, un orgoglio che si esprimeva nell’umiltà del pastore che serve la Sposa di Cristo e il suo gregge, offrendo, in tal modo, ai preti di oggi, le prime vittime della crisi della fede e della Chiesa, la possibilità di riscoprire, dopo tanta demagogia e sociologia, le sorgenti del sacerdozio autentico per comprendere appieno la bellezza e la ricchezza dell’ordinazione.
Il sacerdote è un altro Cristo, infatti, ebbe a dire Monsignor Lefebvre: «Quando il sacerdote sale all’altare, sale come sul Tabor, ed è là sulla montagna con Nostro Signore Gesù Cristo, che si servirà di lui per scendere nuovamente tra noi e donarsi alle anime… Com’è grande tutto ciò! Com’è bello! Come ci oltrepassa!… C’è sulla terra una vocazione più bella, più sublime del sacerdozio cattolico?»”.

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