Giuseppe Cafasso. Un santo del Risorgimento

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Lo chiamavano il prete della forca perché spesso si presentava alle esecuzioni capitali seguendo il condannato a morte fino al patibolo per abbracciarlo e farlo sentire amato. Prete e formatore di preti in un’epoca di grandi figure di santità sacerdotale, Giuseppe Cafasso (1811-1860), contemporaneo di don Bosco, era nato in una famiglia contadina di modeste condizioni e di profonda fede. Ordinato prete a 22 anni, entra nel Convitto Ecclesiastico torinese dove rimarrà per tutta la vita, come insegnante prima e poi direttore spirituale e Rettore. Come spesso accade, a una fragilità fisica associava una forza d’animo e una grande capacità di ascolto e di conoscenza dei problemi e delle fatiche della gente che a lui si riferiva con fiducia. Ha vissuto la sua esistenza tra il Convitto ecclesiastico di Torino e le carceri regie della città, divenendo punto di riferimento per chi cercava sostegno e consolazione e modello per molti sacerdoti, tra cui don Bosco, che guidava con sapienza. Fu un sacerdote di eccezionale paternità, che si prefisse l’ambizioso disegno di convertire tutti i sessantotto condannati a morte – “i miei santi impiccati”, come li chiamava–, che assistette. E il suo disegno si realizzò.

Oggi Benedetto XVI lo ripropone, dopo anni di oblio, a modello dei sacerdoti, insieme al santo Curato d’Ars. Di lui ha detto:

“Conosceva la teologia morale, ma conosceva altrettanto le situazioni e il cuore della gente, del cui bene si faceva carico, come il buon pastore”.

Paoline Editoriale Libri, 2011, pagg. 216

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