José, è santo

Sulla tomba del quattordicenne Papa Francesco, si fermò a pregare nella Cattedrale di Morelia durante il suo viaggio apostolico nel febbraio scorso


Era il 1917, l’anno delle apparizioni di Nostra Signora di Fatima, quando venne promulgata in Messico una nuova Costituzione, ispirata a principi anticattolici e anticlericali, firmata dal Presidente Venustiano Carranza, e proprio da qui ebbe origine la violenta persecuzione nei confronti dei messicani credenti in Cristo. Il 21 maggio del 2000 Giovanni Paolo II canonizzò 25 martiri in piazza San Pietro; altre 14 vittime della stessa persecuzione sono state beatificate fra il 1988 ed il 2005 nel corso di tre cerimonie liturgiche. Benedetto XVI il 20 novembre 2005, infatti, ne beatificò dodici e fra loro José Sanchez Del Rio, che venne martirizzato a 14 anni e che Papa Francesco, orante sulla sua tomba nella Cattedrale di Morelia durante il suo viaggio apostolico nel febbraio scorso, canonizzerà il 16 ottobre prossimo.

I massacri che furono perpetrati ai danni dei cattolici in Messico vengono, a differenza di altre tiranniche persecuzioni, poco o per nulla ricordati nei testi scolastici e nell’editoria in genere. Quei tragici eventi non solo hanno lasciato effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del Paese, ma tutta l’America Latina ne ha subito le ripercussioni.

I martiri della guerra civile messicana testimoniarono con eroico coraggio la loro fede contro un Governo ed una Costituzione rivoluzionaria e anticristiana, che all’articolo 5 recitava: «L’esistenza di qualsiasi ordinee congregazione religiosa resta proibito»; «ogni culto è proibito fuori delle chiese, e nelle chiese il culto sarà sottomesso all’ispezione dell’autorità civile» (art. 24), inoltre si sosteneva che le chiese erano di sola proprietà dello Stato, in quanto tutte le associazioni religiose erano incapaci di acquistare, possedere o amministrare beni immobili.

Nel bellissimo film Cristiada (2014), storicamente attendibile, diretto da Dean Wright e interpretato dai celebri Peter O’Toole ed Andy Garcia,MauricioKuri indossa i panni delgiovane José.Egli nacqueil 28 marzo 1913 a Sahuayo de Morelos,nel tempo in cui governava il Presidente Plutarco ElíasCalles, a capo di un Governo massonico e socialista, propugnatore di leggi anticattoliche e laiciste. La persecuzione ai danni della Chiesa messicanafu feroce, l’obiettivo era quello di annientarla: scuole cattoliche e seminari chiusi, sacerdoti sottoposti all’autorità civile, preti stranieri espulsi. La popolazione non poteva sfuggire alla scelta, o rinunciare alla fede o perdere il lavoro. Di fronte a tutto ciò si sollevò una ardita, valorosa e fiera insurrezione, così forte da ricordare la resistenza vandeana ai tempi della Rivoluzione francese. Un esercito, composto da contadini, operai, studenti… difese il proprio Credo e per farlo fu costretto ad impugnare le armi. Ecco, dunque, la milizia dei Cristeros,sostenitori del Regno sociale di Gesù Cristo. «¡Viva Cristo Rey!» il loro grido di battaglia e la Madonna di Guadalupe la loro bandiera.

José impugna con orgoglio quello stendardo mariano il giorno della cruenta battaglia di Cotija. È il 6 febbraio 1928. Ha supplicato la madre di non essere lasciato a guardare, ma di poter far parte della milizia di Cristo. Ottenuto il consenso, si prepara ad affrontare anche la morte: tutto per Cristo Re. Diventa così la mascotte deiCristeros, che lo chiamano Tarcisius come il santo adolescente di Roma, che subì il martirio mentre portava l’Eucaristia ai cristiani in carcere: scoperto, aveva stretto al petto il Corpo di Gesù per non farlo cadere in mani profanee venne barbaramente ucciso, come lo sarà anche il prossimo beato José. Infatti, quando,nella concitazione della battaglia frontale un proiettile abbatte il cavallo del suo comandante, il ragazzo messicano gli offre il suo e tenta di coprirgli la ritirata a colpi di fucile, ma il tentativo fallisce, ed entrambi vengono catturati. José finisce prigioniero nella chiesa del suo paese, Sahuayo, profanata dai soldati federali e trasformata in un pollaio. Vedendo un tale sacrilegio, José non trattiene la sua santa rabbia e tira il collo a qualche gallinaceo, ma il gesto provoca una tragica rappresaglia. Alcuni soldati lo picchiano, lo torturano, tuttavia non lo piegano e non lo tacciono. A ripetizione insistente continua a formulare il grido di battaglia: “¡Viva Cristo Rey!”.

L’8 febbraio è costretto ad assistere, come ammonizione, all’impiccagione di Lázaro, un altro ragazzo che era stato imprigionato insieme a lui. Il corpo del giovane, ritenuto morto, viene trascinato nel vicino campo santo, dove è abbandonato; tuttavia si tratta di morte apparente, infatti Lázarosi riprende e fugge via. La tenace e ostinata resistenza di José, che nessuna sofferenza è in grado di flettere, diventa una questione da risolvere al più presto per i persecutori. Gli aguzzini cercano di fargli rinnegare la fede promettendogli, oltre alla libertà anche del denaro, una brillante carriera militare, persino un espatrio nei ricchi Stati Uniti d’America. Ma la sua risposta è una sola: «Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe!». I senza pietà escogitano un’alternativa: chiedere un riscatto ai genitori, ma José li convince a non pagare. Padre e madre, autentici cattolici, che sanno vedere oltre la contingenza presente e la finitudine terrena, comprendono la giustizia filiale di quella richiesta.

José riesce ancora a ricevere una volta la Santa Comunione prima del 10 febbraio 1928, quando verso le 23 i militari,con spietato odio,spellano le piante dei piedi del santo, costringendolo a camminare sul sale, per poi spingerlo verso il cimitero. Mentre il giovane continua a gridare il nome di Gesù e di Maria, uno dei soldati lo ferisce accoltellandolo, e per l’ultima volta gli chiedonodi rinnegare il suo Credo, ma eglirifiuta ancora e domanda di essere fucilato, continuando a invocare a gran voce gli immacolati Nomi. Vorrebbero finirlo a pugnalate, ma il capitano, innervosito da quelle sante grida,estrae la pistola e gli spara.José spira, ma dopo essere riuscito a tracciare una croce sul terreno con il proprio sangue.«Cara mamma», aveva scritto sul biglietto che sarà rinvenuto sul suo corpo, «mi hanno catturato, stanotte sarò fucilato. Ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto per tutti voi. Il tuo José che muore in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe».

Furono centinaia i sacerdoti uccisi in quell’ecatombe durata ben tre anni, dal 1926 al 1929: parroci di villaggio, seminaristi, monaci.A volte gli aguzzini si divertivano a infierire sui preti senza ucciderli,per esempio venivano loro tagliate le braccia per impedire che potessero celebrare la Santa Messa.

Per la beatificazione di un martire non è necessario il miracolo, in quanto viene riconosciuto il martirio; non così per la canonizzazione, dove serve il riconoscimento di una grazia eccezionale, proprio come è avvenuto a Ximena Guadalupe MagallónGálvez, che non aveva nessuna speranza di sopravvivere dopo essere stata colpita a pochi mesi di vita da un ictus. La Chiesa ha così ufficialmente riconosciuto l’origine divina del miracolo ottenuto per intercessione di José Sanchez Del Rio. I medici iniziarono a parlare di «stato vegetativo» e dissero ai genitori che, considerato il danno cerebrale, a Ximena restavano solo 72 ore di flebile speranza, dopodiché non ci sarebbe stato più nulla da fare. Tre giorni che i genitori della piccola decisero di dedicare alla preghiera e alle Sante Messe. Così, racconta mamma Paulina, giunto il momento di dire addio alla figlia, «chiesi di poterla abbracciare, poi avrebbero staccato la spina. In quell’istante misi mia figlia nelle mani di Dio e di Joselito, e proprio allora lei aprì gli occhi e sorrise». L’eutanasia di Ximena Guadalupe fu vinta grazie alla fede dei genitori e all’intervento di San José.

Cristina Siccardi

Fonte: la Voce e il Tempo, 23 otttobre 2016

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