San Francesco. Una delle figure più deformate della storia – Recensione di Padre Serafino Lanzetta

 

 

di Padre Serafino Lanzetta

Cristina Siccardi, San Francesco. Una delle figure più deformate della storia, Sugarco, Milano 2019, 287 pp.

Era ormai ora che si riportasse in superficie una delle più grandi figure della storia del Cattolicesimo, san Francesco d’Assisi. È ciò che fa il recente saggio di Cristiana Siccardi che per questo merita più di una lode. Le intenzioni per le quali nasce il libro e si sviluppa sono centrali. L’Autrice desidera ritrovare il vero Francesco, da tempo ormai sepolto sotto le macerie di un pensiero liberale e post-francescano perché in fondo post-cristiano. Quindi interroga le fonti sanfrancescane, partendo da un assunto centrale: sono le testimonianze più antiche e perciò le più attendibili. Se si dovesse mettere in discussione la loro autenticità cadrebbe anche la ragione per la quale voler conoscere san Francesco ai nostri giorni. Sarebbe come voler avvicinarsi a Gesù di Nazaret e allo stesso tempo mettere in discussione a priori che i Vangeli (le fonti più antiche) ci dicano la verità su di Lui. Siccardi raccoglie in unità i dati che emergono dagli scritti di san Francesco e su san Francesco (particolar-mente le due biografie del Celano, le due leggende di san Bonaventura e la leggenda dei tre compagni) e così emerge una figura convincente e avvincente, quella di un araldo di Cristo che ha sfidato la logica del mondo e del tempo, facendosi povero per amore del Cristo povero. 

San Francesco è un altro Cristo che lo ha ripresentato non solo parlando di Lui ma facendolo rivivere nella sua carne. Staccare san Francesco da Cristo e dalla sua Chiesa per farne una figura più attraente secondo i gusti del momento, significa semplicemente manipolare le fonti, vivisezionarle con un metodo storico-critico – come accaduto per la Sacra Scrittura – facendo a pezzi il san Francesco storico a favore di un “Francesco della fede”, meno rigido e più dialogante, meno celeste e più umano, animalista, ambientalista, ecologico. Qui per fede si deve intendere il gusto soggettivo dell’interprete. In una visione storico-critica unilaterale – con radici in E. Renan – san Francesco, subito dopo Gesù di Nazaret, sarebbe il Santo più adatto per il dialogo con le culture e le religioni, perfino con chi si palesa ateo o miscredente, semplicemente perché smetterebbe di essere l’uomo di Dio (sappiamo poco di Dio) e vestirebbe i panni di colui che nell’ambiente, negli animali e nei fiori trova il suo contento (ciò di cui invece sappiamo molto). San Francesco è davvero un altro Gesù, ecco perché ha ragione Siccardi di dire che è «una delle figure più deformate della storia».

Uno dei critici più importanti del Poverello d’Assisi e l’iniziatore di una critica storiografica delle fonti sanfrancescane è Paul Sabatier (1858-1929), pastore calvinista francese, che nel 1894 scrive la Vie de Saint François d’Assise. In essa appare marcato il pregiudizio liberale e protestante dell’autore. Predilige ad esempio lo Speculum perfectionis (che Sabatier riconduce a frate Leone, intimo compagno di san Francesco, mentre la critica successiva lo ha collocato agli inizi del Trecento, con tendenze spirituali e rigoriste), svalutando i biografi ufficiali del Santo, il beato Tommaso da Celano e san Bonaventura. Il suo forte complesso anti-romano sarà appoggiato da fonti spirituali che porranno un Francesco-mistico a confronto con un papa-istituzione: la libertà contro il potere, la profezia contro la gerarchia. 

In un passaggio chiave del suo libro (c. III), Sabatier ci fa capire quanto il suo metodo sia debitore al liberalismo teologico. A suo giudizio, sappiamo che san Francesco volle modellare la sua vita su quella di Cristo, ma dal momento che sappiamo così poco di Cristo, la vita dell’Assisiate non perde nulla della sua stranezza proprio a causa di questo.

Fonte: Fides Catholica – Anno XIV, 2-2019

 

 

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