Carlo Tancredi falletti di Barolo. L’anonimato di un genio nell’Italia risorgimentale

Ci sono uomini a cui la storia deve molto,  ma su di loro la polvere del tempo si è depositata, lasciandoli, indisturbati, nel sonno di archivi e biblioteche. Il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, vissuto nella Torino risorgimentale, è uno di loro. Uomo coerente e saggio, amministratore integro, sposo esemplare, Cattolico con la C maiuscola, non sapeva disgiungere mai, in ogni sua attività, la razionalità dalla Fede. Siamo di fronte ad un cristiano squisito che, secondo la trasparente espressione latina di sant’Agostino, quantunque implicato in molteplici cose legate alla terra, «corde tamen fixus in caelo est»[1].

L’8 febbraio 1995 si è aperto il suo processo canonico, insieme a quello della più nota moglie, Giulia Colbert (1786-1864). Così si espresse in quell’occasione l’Arcivescovo di Torino, il Cardinale Giovanni Saldarini (1924- 2011): «La figura della venerabile marchesa di Barolo, e la figura di suo marito, sono veramente straordinarie e anch’io desidero ardentemente che possano arrivare insieme alla gloria degli altari: sarebbe una cosa splendida».

Il marchese di Barolo fu dotato di grande ingegno: umanista, esperto amministratore pubblico e privato, profondo conoscitore di geografia, provetto intenditore d’arte, pedagogista, scrupoloso e acuto pianificatore di iniziative educative e formative, fondatore di opere religiose, costante mobilitatore di uomini e denaro a favore della città e dei cittadini, instancabile sostenitore di riforme pubbliche per raggiungere obiettivi costruttivi ed efficienti; il tutto condito da una straordinaria umiltà e da un elegante, signorile riserbo.

L’anonimato degli scritti del marchese e la sua morte prematura hanno reso difficile stabilire il reale valore di questo aristocratico piemontese. Ma la prioritaria causa dell’oblio è da rilevarsi nella sua stessa personalità:  schivo ad ogni tipo di protagonismo, amante del bene operato nel silenzio, Carlo Tancredi ha contribuito a spegnere ogni interesse rivolto alla sua persona. Tuttavia non deve essere neppure trascurato il fatto che la mentalità egualitaristica, sorta sulla rivoluzionaria onda giacobina, inneggiante il motto «Liberté, Égalité, Fraternité», tendeva, giocoforza, ad emarginare ed affossare la figura di quei nobili, legati alla Chiesa, che si erano distinti per la loro rettitudine e le loro iniziative di carità per la gloria di Dio.

 

Ultimo erede della famiglia Falletti di Barolo

 

Carlo Tancredi nasce a Torino il 26 ottobre 1782[2], alla vigilia della traumatica Rivoluzione francese, che ebbe come centro sismico Parigi, la grande protagonista dei giorni del terreur. In quell’anno Vittorio Alfieri (1749-1803) pubblica il Saul e a Torino viene fondata la casa editrice Paravia, la prima a pubblicare testi scolastici in Italia.

Viene battezzato otto giorni dopo, nella chiesa di San Dalmazzo in via Dora Grossa (oggi via Garibaldi), con i nomi di Carlo Ippolito Ernesto Tancredi Maria[3] (sarà poi sempre chiamato Carlo Tancredi). I Falletti sono una delle più antiche casate piemontesi. Di essa si hanno notizie già nell’anno 900. Alcuni studiosi attribuiscono l’origine dei Falletti ai duchi di Limbourg nelle Fiandre; altri, invece, fanno affondare le radici in Berengario I (850 ?-924), marchese del Friuli (874-924), Re d’Italia (888-924) e Imperatore del Sacro Romano Impero (915 – 924).

Nel 1100 i Falletti erano fra i più ricchi della zona di Alba. Acquistato, probabilmente dallo stesso comune di Alba, il feudo di Barolo, estesero a poco a poco i loro domini, guerreggiando con i marchesi di Saluzzo, i marchesi del Carretto, la solida repubblica di Asti e gettandosi nelle lotte fra guelfi e ghibellini. Il castello principale di Barolo è stato roccaforte durante le incursioni saracene del X secolo e nel 1250 divenne feudo dei Falletti di Barolo, che in quei tempi giunsero a possedere più di venti fortilizi.

Nel XVI secolo questa potente dinastia, che si distinse nella carriera militare, civile ed ecclesiastica, si suddivise in diversi rami e divenne proprietaria, oltre che dei feudi di Barolo, anche di La Volta, La Morra, Pocapaglia, Castilion Falletto, Serralunga, Roddi, Benevello, Perno, Castagnole, Cavatorre, Rodello…

Il padre di Carlo Tancredi, Giuseppe Ottavio Alessandro (1753-1828), era attivo politico, sia durante la bufera giacobina, sia durante gli anni imperiali di Napoleone; inoltre fu letterato e filosofo, vicino all’Illuminismo. Sua madre, Maria Ester Paolina Teresa d’Oncieux de la Bâthie  e de Chaffardon (?-1833), era una nobile di origine savoiarda: «Dal padre ereditò l’amore agli studi; dalla madre la bontà d’animo, una fede e una religiosità profonde»[4]. La marchesa, che si era sposata il 21 settembre 1780, era figlia spirituale di padre Pio Brunone Lanteri (1759-1830), fondatore degli Oblati di Maria, che in seguito sarà confessore anche di Giulia Colbert.

Secondo il censimento della popolazione di Torino, risalente al 1802, la “famiglia” più numerosa del quartiere chiamato di Moncenisio (corrispondente alla zona compresa oggi fra le vie Bellezia, Giulio, corso Valdocco, via Cittadella, corso Siccardi, via Bertola e via Botero) – dove avevano sede gli uffici giudiziari, i tribunali e il Senato – era quella Barolo, composta da due coniugi, un figlio, un sacerdote, un segretario e ventidue persone di servizio. La popolazione (considerando: celibi, coniugati, vedovi, nubili, maritate, vedove, militari sotto le armi) oscillava fra le 67.590 unità del 1806 e le 65.548 del 1814.

Il marchese Ottavio, tipico aristocratico del Settecento, era un cosmopolita e decise di abbandonare la carriera militare per dedicarsi maggiormente all’educazione del figlio, con il quale intraprese un lungo viaggio: Germania, Olanda, Svizzera e Francia. Carlo Tancredi, colto e attento alle dinamiche economiche, amministrative, industriali, assistenziali in Europa, crebbe nella più profonda umiltà, fuggendo «… gli onori, e pativa di non poter evitare la comune ammirazione; la sua umiltà era tanto più bella ch’egli aveva tutti i doni per rendersi notevole e primeggiare sovra i più: aspetto amabile e signorile, parola calda e piena di senno, ottimo gusto nelle arti, e soprattutto una riputazione intemerata di giustizia e di bontà»[5].

L’ultimo erede della stirpe Falletti di Barolo, una delle famiglie più ricche d’Europa, si sposa a Parigi il 18 agosto 1806 con la contessina Juliette Colbert de Maulévrier. Il loro matrimonio era stato progettato e voluto dall’imperatore, da quel Napoleone (1769-1821) che si circondava della nuova ed antica nobiltà per raccogliere favori e consensi, nonché estendere la longa manus nelle corti europee. Unione combinata, dunque; ma i due protagonisti s’intesero immediatamente e il loro amore si fece sempre più robusto e solido, in una comunione di Fede, di spiritualità e di intenti decisamente inconsueta.

Testimoni d’eccezione alle nozze: l’imperatore Napoleone Bonaparte e l’imperatrice Giuseppina Beauharnais (1763-1814), più i rispettivi genitori, Edouard Colbert (1754-1839), conte di Maulévrier[6] e Ottavio Alessandro Falletti, marchese di Barolo. Si univano due illustri casati: i Colbert originari dello Champagne e i Falletti del Piemonte[7]. Così il còlubro si intrecciò agli scacchi, i rispettivi stemmi delle due famiglie. La biscia azzurra in campo d’oro simboleggiava la prudenza, la riflessione e la perspicacia. Mentre lo stemma Barolo rappresentava lo scudo in campo azzurro attraversato da una fascia a triplice ordine di scacchi di colore rosso ed oro, sorretto da due aquile e sormontato da un Ercole con la clava. L’alto e fiero spirito era rappresentato dal motto: «Aper si te fiert oxidel», che venne in seguito sostituito con un più pacifico: «In spe». Araldicamente l’azzurro rappresenta il cielo, dunque la volontà di “mirare verso l’alto”. Còlubro e scudo scaccato vennero circondati da una corona formata da nodi d’amore e quando Carlo Tancredi morì la cordigliera fu sciolta per mostrare lo stato vedovile della consorte.

Finché resse il regime napoleonico la giovane coppia sostava alcuni mesi dell’anno a Parigi, dove il marchese continuava ad occupare la carica di ciambellano di corte. Proprio a Parigi hanno modo di incontrare illustri e significative personalità del mondo cattolico, politico e letterario. Questi furono gli anni più intensi per i loro viaggi e grazie ad essi acquisirono un vasto bagaglio di conoscenze, che serviranno per concretizzare la loro ansia di glorificare Dio ogni giorno, anche nella missione di edificare realtà tese a sollevare poveri ed felici. Loro scopo non fu solo quello di visitare città d’arte e di storia per arricchire la loro già vasta cultura, ma per intrecciare nuovi contatti con diverse personalità del tempo e,  in particolare, per rendersi conto di quanto si andava progettando e realizzando nei diversi Stati europei, soprattutto in campo educativo e carcerario.

 

La Restaurazione

 

Con la Restaurazione i marchesi non ebbero più motivo di frequentare l’ambiente parigino, perciò si stabilirono permanentemente nella capitale subalpina nel tuttora splendido Palazzo Barolo di via delle Orfane.

Nell’Italia dei primi venti anni del XIX secolo non agirono soltanto i movimenti liberali o rivoluzionari dei carbonari e delle società segrete, ma presero vita anche realtà legate al misticismo religioso e ai cattolici, fra le quali spiccano, per la loro alacre attività, anche di stampa, le cosiddette «Amicizie cristiane», sorte nel 1817 su suggerimento del pensatore e diplomatico savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821) per una rinnovata alleanza fra trono ed altare. Magistrato dal 1774, egli aveva subito lo sferzante ed invitante influsso delle idee illuministiche, aderendo anche alla massoneria. Ma lo sviluppo tragico della Rivoluzione francese modificò le sue idee, conducendolo su posizioni controrivoluzionarie e tradizionali, sia da un punto di vista religioso che politico. Nelle sue Considerazioni sulla Francia, pubblicate nel 1796, egli arrivò ad interpretare la Rivoluzione come una rivolta coordinata da Satana contro le forze del bene e dunque contro Dio[8].

A Palazzo Barolo le idee rivoluzionarie non trovano spazio, anche perché Giulia Colbert affonda le sue origini in Vandea, dove il nuovo Governo repubblicano si era macchiato del primo genocidio della storia occidentale ed alcuni suoi parenti erano stati ghigliottinati.

Nella prima metà dell’Ottocento il Piemonte è caratterizzato dall’aumento demografico, nonostante l’alta mortalità infantile. Nel 1848 gli abitanti ammontano a 4.916.087, mentre a Torino risiedono 136.849 individui. Il povero è parte integrante della vita sociale, rientra nel paesaggio urbano e rurale, nessuno si stupisce: tutti sono rassegnati a questa condizione, che risulta inevitabile e irreversibile. Anzi, i mendicanti possono diventare il riscatto dei ricchi, il mezzo catartico per lo sconto dei propri peccati. Ma ora la situazione sta trasformandosi, subisce un drastico capovolgimento di impostazione: adesso inizia a costituire un problema serio. La massa degli indigenti può far perdere il controllo sociale da parte delle autorità: la povertà diventa addirittura un pericolo, un bacino di violenza che non può essere trascurato. Soprattutto fuori dallo spazio urbano, nelle campagne, perdura un’aggressività antica, che si esprime in infanticidi ed omicidi efferati, con bande di briganti e grassatori dediti all’agguato notturno, all’imboscata, all’assalto delle diligenze. L’immigrazione dalle campagne alla capitale subalpina, che va industrializzandosi, si fa ogni anno più pesante.

Oziosità e vagabondaggio sono ritenuti reati e come tali inclusi fra quelli previsti e puniti dal Codice penale del 1839. Coloro che non vengono arrestati sono comunque internati in un palazzo di via Po. Il problema della mendicità viene affidato alla polizia, la quale così dispone: «Li poveri autorizzati a questuare non potranno chiedere l’elemosina col viso coperto, nell’interno delle chiese, né nelle scale degli abitati, e né di notte tempo, cioè dopo il tramontare del sole; è proibita di chiederla gridando per le contrade, e alle porte delle chiese, pena l’arresto per tre giorni»[9]. Così recita un manifesto reso pubblico nel dicembre  1831, inoltre è reso noto che i poveri riceveranno, dall’ufficio del vicariato, «un pezzo di latta gialla», che si dovrà tenere costantemente «sul petto al lato sinistro».

I coniugi Barolo non ebbero la gioia di avere figli propri, ma decisero di adottare i poveri della città, tanto che fu loro dato il nome di «Padre dei poveri» e di «Madre dei poveri». «Una delle mie contentezze», rivelerà il carbonaro convertito Silvio Pellico (1789-1854), «era d’udire in ogni città e per le campagne gente dabbene che parlava con amore dei coniugi Barolo e delle loro esimie beneficenze… Mi convinsi non esservi che una sola riputazione di altissimo valore quella che proviene da virtù cristiane: ogni altra gloria celebrata dal mondo è vera miseria»[10].

Casa Barolo viene quotidianamente aperta alla città: di giorno vi accedono i poveri, di sera l’intellighenzia subalpina per discutere di cultura e di politica. Carlo Tancredi è un importante cardine dell’amministrazione civica torinese e si discosta nettamente dal liberalismo democratico. Impegnato nella promozione di una cultura politica fondata sulla concezione cristiana dell’uomo e della storia, diventa decurione a vita, sindaco, consigliere di Stato, sotto il regno albertino, segretario del Consiglio degli affari generali e della Pubblica istruzione, membro della commissione sanitaria, esercitando ogni attività con l’avvedutezza di chi conosce l’imperfezione e i limiti delle attività umane. Re Carlo Alberto lo stima e lo consulta. Nelle risposte al Re – alcune delle quali fortunatamente custodite nel suo «minutario» all’archivio storico di Stato di Torino – emerge tutta la serenità del suo giudizio e la fermezza morale. Non blandisce mai nessuno, non lusinga neppure il sovrano per ottenere favori o piaceri. È sicuro delle sue capacità e i meriti che ne vengono sono una stretta conseguenza.

Il 31 dicembre 1816 viene accolto, trentaquattrenne, nel Consiglio civico. Al di là del blasone che rappresenta e delle sue doti morali ed intellettuali, si evidenziano serietà, capacità, lungimiranza, caratteri che consentiranno al marchese di Barolo di conquistare ripetutamente, nel corso dei ventidue anni di amministratore municipale, il favore dei colleghi.

L’istituzione del Consiglio di Stato era stata creata da Carlo Alberto con Regio editto del 18 agosto 1831 e il marchese ricoprirà questa carica per breve tempo: dal 2 settembre 1831 al 20 aprile 1832. Non era concesso al Consiglio di Stato di occuparsi di affari di politica estera, di guerra, marina o amministrazione della Casa reale, ma l’influenza dei membri appartenenti all’istituzione poteva essere determinante, un «mezzo con cui la Corona era posta in grado di esercitare un certo controllo e sindacato sui suoi ministri»[11]. Fu Carlo Tancredi a chiedere la rimozione dalla carica di consigliere di Stato, adducendo a questioni personali di salute; in realtà quella funzione non gli era congeniale. La sua vocazione era quella di occuparsi, nel concreto, delle   esigenze dei cittadini.  «[Pensava] che la sua opera potesse esplicarsi meglio e più utilmente altrove, e fu ben contento quando poté ritornare privato cittadino»[12]. Inoltre, essendo umile e schivo, non amava brillare nei posti di comando, che accettò soltanto «dans le vain espoir d’y faire quelque bien»[13].

A causa delle simpatie liberali del padre[14] di Carlo Tancredi, la famiglia venne posta nelle liste nere dei giacobini e dei sorvegliati dalla polizia. Ma con il passare degli anni l’ostilità di Carlo Felice, vinto dalla rettitudine e dalla prudenza di Carlo Tancredi, mutò il suo atteggiamento. Non per nulla il marchese è stato definito un «piemontese, di quella stirpe rude e guerriera che in tutte le prove aveva seguito il suo sovrano e si era maturata per rendere poi nel nostro Risorgimento i suoi frutti migliori»[15].

Nei documenti custoditi nell’archivio storico è segnalato come deputato «per li viali e passeggi»[16]. Nel 1818, infatti, si stanno disegnando sul tracciato degli antichi bastioni le caratteristiche alberate della città. È deputato per il Catasto nei primi anni Venti; diventa anche membro delle Deputazioni «per la notturna illuminazione e compagnia guardie fuoco», «per le leve, consegne e stato civile», «per la cassa de’ censi e prestiti».

 

Sindaco

 

Nel gennaio 1838 è deputato segretario per le scuole, e in questa veste redige un interessante Memoria[17], che rappresenta, in un certo senso, il coronamento del suo infaticabile impegno a favore dell’istruzione dei ceti popolari. Una questione gli sta particolarmente a cuore: la riforma delle scuole comunali «del disegno e geometria pratica», già esistenti sotto il governo francese, ma delle quali gli pare opportuno modificare l’indirizzo e gli insegnamenti. Anziché all’educazione di un nucleo privilegiato e ristretto di aspiranti alla carriera artistica, egli propone di destinare tali istituti «all’immediata applicazione alle arti e ai mestieri», ossia alla formazione professionale della più ampia schiera di giovani da avviare al lavoro, offrendo loro un solido bagaglio di conoscenze teorico-pratiche.

Nella relazione del 1838, Carlo Tancredi insiste sull’indirizzo da conferire alla scuola: non d’élite, ma «scuola speciale di disegno geometrico esclusivamente applicato alle arti e mestieri, onde servire anche all’istruzione dei costruttori, o fabbricanti di qualunque macchina, utensile e arredo», e pensa ad un corso speciale che comprenda «gli elementi di figura umana… oltre tutte le derivazioni dell’ornato utile agli artigiani, e così il fogliame e rabesco d’ogni genere applicati al ricamo, alle tappezzerie, all’oreficeria, alle stoffe fioreggiate ed a tanti altri lavori simili»[18].

Convinto dell’ inconsistenza dei concorsi e della inefficacia dei premi, Carlo Tancredi riflette sullo spirito di una istituzione civica, quale vuole essere la scuola, aperta e realmente formativa, finalizzata al compimento dell’educazione popolare dei giovani adulti da avviare alla nobilitante creatività del lavoro artigianale.

Il primo anno da sindaco è caratterizzato da importanti iniziative: elargizioni di denaro in soccorso degli indigenti, distribuzioni straordinarie di legna a favore dei poveri – nel rigidissimo inverno 1825-1826 ne fece assegnare seimila razioni –  interventi speciali per l’inserimento scolastico dei sordomuti. Non mancano neppure gli impegni a favore dei carcerati, risanando le prigioni delle Torri palatine; rigenera igienicamente e sanitariamente la città, migliora l’illuminazione notturna, pianifica l’edificazione di nuove aree urbane, fra cui zone destinate ai giardini pubblici, moltiplica le fontane potabili della città, apre nuove vie e piazze, fra le quali anche quella che diverrà piazza Vittorio Veneto (la piazza senza monumenti più grande d’Europa).

La generosità di Carlo Tancredi nei confronti della città non si limita ad omaggi elargiti una tantum. Tornato fra i banchi dei decurioni nel febbraio 1828, offre al Municipio la considerevole somma di 300 mila lire per la realizzazione del nuovo cimitero di Torino, che si vuole «più vasto e più proporzionato» alla crescente popolazione cittadina e decentrato rispetto al nucleo urbano. Il gesto del marchese desta, nell’intera amministrazione, «sentimenti della più sincera ammirazione e della più profonda riconoscenza»[19]. Il Collegio decurionale accoglie il dono[20], consentendo la realizzazione del primitivo nucleo del grande Cimitero monumentale. Inoltre delibera di esternare il ricordo del generoso collega con un segno duraturo all’interno della necropoli, ove con l’esborso di 600 lire il marchese, nell’ottobre del 1829, si assicurerà un sito di sepoltura privata.

Il secondo anno del suo mandato di sindaco, il 1827, è soprattutto  indirizzato allo «stabilimento di una cassa di risparmi», alla riorganizzazione degli uffici municipali e alla riforma delle scuole. Uomo deciso e risoluto, attivo e geniale nei progetti che conduce in porto, nella primavera di quell’anno, dà impulso all’edificazione della chiesa votiva d’oltre Po, la Gran Madre di Dio. Nel 1814, infatti, il Consiglio civico aveva deliberato la realizzazione dell’edificio sacro, quale segno di manifesto ringraziamento al Signore e alla Vergine Maria per il ritorno di Vittorio Emanuele I sul trono. La consacrazione della imponente chiesa, «ob adventum regis», ebbe luogo nel mese di maggio del 1831.

Nel 1988, quando si celebrò il centenario della morte di san Giovanni Bosco e il 150° della scomparsa del marchese di Barolo, Andrea Maria Erba scrisse sull’ «Osservatore romano»: «Torino non finisce di stupire… ecco spuntare fra tanti piemontesi illustri la singolare figura di un laico “santo”, sposato, fondatore di una Congregazione di Suore… che ha il torto di non essere conosciuto in tutta la sua grandezza. Si tratta di una personalità di eccezione che, tra Settecento ed Ottocento, si muove autorevolmente nel mondo dell’aristocrazia, tra politica e cultura, con la mente e il cuore e le mani unicamente tesi a Dio e al prossimo… Ma quale fu… il segreto del suo zelo apostolico e dell’efficacia della sua multiforme attività? La risposta non ammette dubbi: fu la solida formazione cristiana e l’altissima spiritualità». Anche per questo è stato giustamente detto che l’operato del marchese di Barolo potrebbe completare, forse talora correggere, la storia del Risorgimento e se dovesse essere trovato un degno patrono di sindaci e uomini d’amministrazione pubblica egli sarebbe sicuramente fra i candidati più meritevoli.

Fu vero imprenditore della carità. Cercava sempre il profitto evangelico ed etico in ogni operazione e accumulava ricchezze, attraverso una scrupolosa amministrazione mobiliare ed immobiliare, avendo sempre presenti le richieste del prossimo. Uomo “manageriale” nel modo di gestire i problemi, è convinto che le risorse destinate all’istruzione dell’infanzia siano non solo utili, ma produttive. Oltre all’incremento della moralità pubblica, si sarebbe contribuito a migliorare così la robustezza fisica della classe indigente, quindi «un soccorso ben ordinato a favore della prima infanzia serve in seguito a risparmiare tante altre limosine a pro di madri senza lavoro, di giovani senza mestiere, di persone inette o traviate, e d’altre indisposte, deboli o malaticce», contribuendo «per direttissime vie all’abolizione della mendicità, al miglioramento della morale pubblica ed alla vera prosperità dello Stato»[21].

Non bisogna trascurare il fatto che, da quando si era ristabilito l’ordine ante napoleonico, l’aristocrazia ha un ruolo superiore ai tempi prerivoluzionari, proprio perché l’ancien régime essendo stato scardinato, molti nobili ora vestono i panni dei riformatori: devono uscire dal loro recinto di casta, promuovendo la rigenerazione sociale e morale del popolo, a cui si deve rivolgere cure ed attenzioni, allo scopo di scongiurare una nuova esplosione rivoluzionaria. Le ragioni che spingono Carlo Tancredi sono invece da ricercare nella sua spiritualità e nei suoi valori, che condivide a pieno titolo con Giulia. Lo slancio che lo muove non lo conduce a tentativi arrischiati. Si aggiorna continuamente. «Durante i soggiorni parigini i Barolo strinsero una serie di relazioni ad altissimo livello nel mondo politico e culturale. Ma particolarmente importanti per l’influenza che esercitarono sulla loro successiva azione filantropica furono i legami con personaggi come l’abate Dupanloup, rettore del seminario di Parigi e grande amico di F. Ozanam, il fondatore della Società di S. Vincenzo, come la marchesa de Pastoret, organizzatrice e promotrice d’asili d’infanzia, o come l’abate Legris-Duval, particolarmente attento al problema del recupero sociale delle fanciulle cosiddette perdute. Da questi esempi nacquero difatti molte delle iniziative poi realizzate a Torino dai coniugi Barolo, nel salotto dei quali si mosse anche gran parte di quel gruppo di aristocratici piemontesi (C. Alfieri di Sostegno, i fratelli Saluzzo, P. Santarosa, F. Sclopis, I. Petitti, i fratelli Cavour, L. Provana di Collegno, C. Bon Compagni, R. e Costanza d’Azeglio, i conti di Seyssel, ecc.) che col massimo impegno si dedicarono negli anni tra la Restaurazione e l’età albertina alla soluzione – secondo i modi e le prospettive del tempo – del problema dell’assistenza agli emarginati»[22].

I direttori spirituali, l’abate Lanteri e il teologo Luigi Guala (1775-1848), sono decisivi nell’incremento dello spirito caritativo dei coniugi Barolo, che, alimentandosi a vicenda, gettano combustibile sul fuoco dell’ardore evangelico. Sia Lanteri che Guala si fanno portavoci dell’antigiansenismo teologico, preoccupandosi di proporre una carità né occasionale, né facoltativa, ma indicandola come via privilegiata per la remissione dei peccati e per la salvezza eterna.

L’operato di Carlo Tancredi è riconducibile a due fattori: da un lato per esprimere nel quotidiano il proprio cristianesimo, dall’altro per una precisa concezione sociale, che va prendendo forma in Europa, quella cioè della prevenzione a fronte della repressione. L’ordine non doveva più essere garantito attraverso la segregazione, la vigilanza e il castigo, ma attraverso fattori di tutela dell’individuo. Perciò la miglior difesa sociale per il gentiluomo torinese è legata alla promozione individuale delle persone: è necessario allora  andare alla radice dei problemi, agendo sulle cause del pauperismo e della marginalità. Il marchese ha indubbiamente molti consensi, pur non trascinando dietro sé né collaboratori, né sostenitori e le ragioni sono evidenti. La maggior parte delle sue proposte benefiche sono economicamente coperte da lui stesso, ciò spiega la causa per cui troverà poche difficoltà nel gestire la carità: domanda dispense e permessi, ma le autorità acconsentono di buon grado proprio perché i finanziamenti arrivano da palazzo Barolo.

 

Il Cholera morbus

 

Quando nel 1835 Torino venne colpita dal Cholera morbus, i «Decurioni che componevano il Municipio Torinese fra i quali era il marchese di Barolo spiegarono la più lodevole prontezza ad apparecchiare provvedimenti aprendo ricoveri ed infermerie, ed erigendo per le varie vie della città numerosi uffizi di soccorso: luoghi cioè, ove c’erano a qualunque istante del giorno e della notte persone pronte a portare aiuto nelle famiglie in cui si manifestasse un caso di colera»[23].

Il marchese si mette all’opera, contribuendo massicciamente «alla delimitazione dell’epidemia con l’intelligente, incessante lavoro svolto a palazzo di Città, favorendo le misure igienico-preventive e promuovendo numerosi pubblici ricorsi all’Altissismo»[24].

Il marchese viene nominato relatore della Commissione formata dalla civica amministrazione il 30 agosto 1835 per offrire alla Consolata un voto solenne a nome della cittadinanza torinese con lo scopo di ottenere la liberazione dal colera. Il voto è presentato – il 3 settembre, su pergamena arrotolata in un astuccio d’argento – all’arcivescovo Luigi Fransoni (1789-1862), durante l’offertorio della Santa messa, celebrata al santuario della Consolata. Esso consiste nell’impegnarsi a far restaurare la cappella sotterranea del santuario, a far erigere una colonna di granito, sormontata dalla statua della Consolata nella piazzetta antistante la chiesa, e nell’iniziare le «quarantore» perpetue, da celebrare alla fine di agosto nell’anniversario dell’emissione del voto stesso.

Carlo Tancredi si occuperà anche di altri lavori a favore del santuario torinese, contribuendo economicamente e attraverso le sue consulenze a restauri ed abbellimenti, come l’artistica cancellata che separa il tempio dalla chiesa di Sant’Andrea. Tali benemerenze sono sottolineate nell’epigrafe latina che si trova nella parete a sinistra della gradinata che dalla chiesa di Sant’Andrea dà accesso allo stesso santuario. Il 28 maggio 1836 sarà posta la prima pietra della colonna votiva  sul sagrato del santuario della Consolata: sulla  sommità della colonna stessa in stile corinzio, progettata da Ferdinando Caronesi (1794-1842), il 18 giugno 1837, sarà collocata la Vergine con il Bambino. Un’iscrizione sul basamento ricorda ai torinesi l’intervento misericordioso della Vergine per la vittoria sul cholera.

Occorre precisare  che l’epidemia esplosa nel 1835 non era stato un evento fuori dal comune. Rientrava nelle piaghe del tempo. La fame era un elemento endemico, dovuta alle frequenti carestie e alle crisi produttive. In ambito rurale la situazione era ancora più grave se pensiamo che  un servo di campagna, con alle spalle 12-16 ore (a seconda delle stagioni) di lavoro, guadagnava appena 22 centesimi al giorno. Leggiamo sulla «Gazzetta dell’Associazione agraria», in un articolo firmato da Balbi Piovera: «Chi percorra le campagne lontane dai grandi centri di popolazione sarà colpito dall’aspetto dei villici: le vedrà popolate da uomini, donne e fanciulli magri, gialli, spossati, estenuati… da un regolato digiuno».

La popolazione piemontese, sottoalimentata, si sfamava con: pane di grano o di segala, castagne, patate, erbaggi mal cotti, quasi senza sale e niente condimento, latte, poco formaggio e la carne era un’eccezione, consumata rarissime volte nell’arco di una vita, tanto da essere oggetto di racconti fantastici. L’analfabetismo dilagava (a Torino la situazione era migliore che negli altri comuni), la percentuale della scolarità non superava il 20-25%. Il fenomeno dell’alcolismo era diffusissimo. Accanita era la passione per il gioco del lotto. Lo stato sanitario era molto scarso, anche perché la superstizione spesso frenava i provvedimenti positivi, come la vaccinazione antivaiolosa.

Il colera del 1835 minò la salute del marchese di Barolo. Tre anni dopo i medici gli consigliano un periodo di riposo all’aria salubre del Tirolo; ma la febbre lo colse a Verona e il viaggio dovette interrompersi. Ripresosi, dopo alcuni giorni di convalescenza, il suo dottore, che lo accompagnava insieme alla consorte, lo consigliò di far ritorno a Torino. Giunti nel bresciano, e precisamente a Chiari, nello Stato Lombardo-Veneto, Carlo Tancredi morì martedì 4 settembre.

Camillo Benso di Cavour, con una interessantissima lettera (San Martino Tanaro, martedì mattina, settembre 1838) indirizzata a Cesare Alfieri di Sostegno (1799-1869), ci permette di conoscere l’alta considerazione che nutriva per il marchese, informandoci di un episodio alquanto increscioso, accaduto subito dopo il decesso: «Mio caro Cesare, mi affretto a rispondere con due righe alla vostra lettera di ieri affinché abbiate oggi stesso notizie di Giulietta. Vi perverranno i dettagli della morte dell’eccellente Tancredi. È partito abbastanza in buono stato da Verona, sebbene debole, si è sentito male a Desenzano, ma non ha voluto che  ci si fermasse ed ha insistito affinché si arrivasse fino a Chiari. Aveva perso la parola molto tempo prima di scendere dalla carrozza in modo che non è stato possibile curarlo; gli fu dato l’Olio Santo e, tre ore dopo il suo arrivo è spirato nelle braccia di Giulietta.

I medici che gli hanno fatto l’autopsia dissero che venne soffocato da un’ostruzione formatasi nel canale alimentare, che l’ha soffocato. Giulietta, in questa dolorosa circostanza, ha dato prova della forza d’animo che è una delle sue più preziose qualità. Ha fatto imbalsamare il corpo del marito che ha voluto trasportare con lei a Torino.

Al confine i nostri stupidi gendarmi le hanno fatto ogni sorta di difficoltà per lasciare entrare i resti di suo marito, che dovrebbero essere sacri a tutti i piemontesi, poiché, come voi ben dite, era un grande, ammirevole cittadino.

Infine la povera Giulietta ha ottenuto l’autorizzazione a procedere dal governatore ed è arrivata qui l’altro ieri, domenica, alle due del mattino.

Il conte Sonnaz, che le era andato incontro, la mancò andandola a cercare a Sesto, mentre lei passava per Boffalora, così che si è fatta tutto il viaggio da sola, non avendo per compagnia che un vecchio prete di Chiari il quale pregava accanto al corpo di Tancredi.

Da quando è arrivata Giulietta ha ricevuto solo gli amici intimi; l’ho trovata molto addolorata, ma in uno stato d’animo che non permette ancora al suo dolore di manifestarsi completamente. Il medico le ha trovato un po’ di febbre, però non si può giudicare la sua condizione finché i suoi nervi resteranno così tesi. Ritornerò da lei oggi e non mancherò di dirle quanto prendete parte al suo dolore e del rimpianto che sentite per l’eccellente amico che avete perso… Ecco, caro Cesare, i lunghi e tristi dettagli di un evento che deploreremo ancora per molto. Forse voi li conoscevate già e malgrado ciò non vi annoierete, poiché voi amate sentir parlare di un uomo del quale avevate tanta stima quanto affetto…»[25].

Ed ecco in prima pagina sulla «Gazzetta Piemontese» di venerdì 14 settembre aprirsi un lungo articolo firmato da Silvio Pellico: «Una vera calamità pubblica che, nel nostro paese, ha gettato il lutto in ogni cuore, è stata la morte del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo… Quest’illustre uomo, insigne per la sua grande beneficenza come pe’ suoi natali… oltre a dispensare egregia parte delle sue molte ricchezze, in elemosine a persone e famiglie di non dubbia povertà, ed in sostegno ad artisti ed altri studiosi, diedesi a stabilire istituzioni di tal natura che giovar potessero eziandio alle generazioni successive».

 

Pedagogista

 

Amministratore della cosa pubblica, ma è anche scrittore: ha lasciato eccellenti resoconti di viaggio, racconti, composizioni letterarie e romanzi storici. Il 1827 è l’anno nodale del romanzo storico: Stendhal (1783-1842) pubblica Armance e Victor Hugo (1802-1885) Cromwell. Walter Scott (1771-1832) fa scuola anche in Italia: I Promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873), La battaglia di Benevento di Domenico Guerrazzi (1804-1873), Il castello di Trezzo di Giovan Battista Bazzoni (1803-1850). A ragione possiamo affermare che il marchese di Barolo si è posto, nel panorama del romanzo storico italiano, come uno degli antesignani per eccellenza. Ma non basta, l’autore di opere letterarie è anche raffinato intenditore d’arte, nonché mecenate e membro dell’Accademie delle Scienze.

Come accennato, Carlo Tancredi Falletti di Barolo decise di fondare nel 1827 la Cassa di Risparmio di Torino, diretta alla tutela delle persone meno facoltose, dando loro la possibilità di consolidare o innalzare la loro condizione sociale, tramite la valorizzazione del risparmio. Tale istituzione aveva il duplice vantaggio di favorire lo sviluppo del piccolo lavoro autonomo e quello di raccogliere risorse necessarie per i grandi investimenti. Sul primo versante, la valorizzazione del risparmio di artigiani, piccoli commercianti e donne di servizio incrementava la loro dedizione al lavoro e, quindi, la loro produttività sociale, oltre a scoraggiare l’ozio e la dissipazione, tentazioni che colpiscono maggiormente le persone che dispongono di denaro sufficiente a togliersi alcuni piccoli capricci, ma insufficiente a grandi disegni: l’incentivazione del risparmio popolare si traduceva in incentivazione della pubblica virtù economica. Sul secondo versante, l’accumulazione di risorse mobiliari permetteva quegli investimenti che sarebbero stati impossibili se tale denaro fosse rimasto nella diretta disponibilità dei proprietari.

Ma il suo vero fiore occhiello è la vocazione pedagogica. Nel 1834 fonda la congregazione delle Suore di Sant’Anna, con il preciso obiettivo di educare le ragazze della borghesia subalpina. Celebri, poi, le cosiddette «Stanze di Ricovero», aperte nel suo Palazzo e nelle quali erano accolti i bambini trascurati dai genitori, in particolare dalle madri costrette, per vivere, a lavorare nelle fabbriche. Circa la data della fondazione dell’asilo infantile, le testimonianze dei suoi contemporanei non concordano. Gli storici le fanno oscillare fra il 1825 ed il 1830. Il primo a darne testimonianza è Alphonse De Lamartine (1790-1869)[26], affezionato amico dei marchesi di Barolo, che in due lettere indirizzate a Giulia fa risalire l’inizio dell’asilo ad un periodo addirittura antecedente a quello sopracitato. Il 25 dicembre 1823, dalla città di Montculot, egli scrive: «M.me De Lamartine au contraire imite votre admirable dévoument. Elle s’est consacrée au petits enfants de la campagne: elle en fondé une institution charmante et utile»[27]. L’iniziativa del marchese è così bene impostata  da indurre la consorte del poeta ad imitarne l’esempio.

Nel 1839 Carlo Bon Compagni (1804-1880), magistrato, pedagogista, ministro della Pubblica Istruzione, di Grazia e Giustizia, nonché senatore del Regno, asserisce che il marchese di Barolo «primo in Italia apriva un asilo ai poveri bambini»[28], annotando che la fondazione avvenne nel 1825, mentre l’abate cremonese Ferrante Aporti (1791-1858) aprì le porte del suo asilo quattro anni più tardi.

Silvio Pellico, che fu molto attivo all’interno dell’asilo Barolo, ci conduce in un’altra direzione: il 1829, si tratta di una teoria da lui solo sostenuta. Il 1830 è invece la datazione sorretta da Carlo Ilarione Petitti conte di Roreto (1790-1850), economista, scrittore, consigliere di Stato, accademico, senatore del Regno. L’autunno 1830 è l’ipotesi maggiormente credibile (se così fosse il marchese sarebbe comunque il primo fondatore di asili nel regno Sardo) perché sorretta da due ragioni: la prima rappresentata dalla testimonianza diretta dello stesso marchese, contenuta nell’opuscolo Sull’educazione della prima infanzia nella classe indigente. Brevi cenni dedicati alle persone caritatevoli, pubblicato nel 1832 da Chirio e Mina, dove si fa esplicito riferimento «ad uno stabilimento… che dura da diciotto mesi», pertanto si risalirebbe alla metà del 1830. La seconda ragione si ricava dalla documentazione contabile di casa Barolo, dove le «Stanze di Ricovero» sono inserite per la prima volta nel bilancio consuntivo del 1830, «mentre non erano state incluse in sede di bilancio preventivo»[29].

Le Stanze di ricovero erano destinate, come ci spiega il marchese, alla «riunione in un sito sicuro» del maggior numero possibile di bambini e bambine non in grado, a causa della tenera età, di frequentare le scuole ordinarie, ma ponendoli nelle condizioni di chi viene curato moralmente e fisicamente. Dapprima furono scelte maestre laiche. Occorreva molta severità nella selezione delle insegnanti (tali le considerava il marchese e non semplici intrattenitrici dei bambini), ma la difficoltà a trovare personale laico adeguato indusse il fondatore a sostituirle con maestre religiose. Venivano impartite lezioni di catechismo, di lettura dell’alfabeto, di applicazione del primo sillabare. Si pregava, si leggevano le Sacre Scritture, si cantavano le lodi, si passeggiava, si giocava. Il fine barolino era quello di «infondere in que’ teneri animi i precetti più essenziali della vera morale, cioè della religione e fra questi il timor di Dio, il rispetto ai genitori, l’ubbidienza, l’amorevolezza vicendevole e la veracità»[30].

L’asilo era aperto sia ai bambini che alle bambine e questa decisione fu una delle cause di attrito fra il marchese e Antonio Rosmini (1797-1855), il quale non concepiva la coeducazione, neppure fra bimbi molto piccoli.

Importante per il marchese era anche il ruolo assunto dai genitori dei bimbi, ad essi richiedeva la giusta collaborazione, sia per cercare di far comprendere loro l’importanza e il valore del lavoro, sia per ottenere una continuità educativa affinché «l’effetto ottenuto con tanta sollecitudine nelle ore di scuola non venga distrutto in quelle altre che si passano a casa»[31]. Puntualità nell’orario d’ingresso dei propri figli, regolarità nella frequenza e rispetto delle norme igieniche erano i tre punti richiesti alle madri e ai padri.

Quando il marchese di Barolo rivestì l’incarico di Sindaco fra il 1826 e il 1827, si occupò assiduamente dell’istruzione popolare e dell’educazione delle fasce sociali inferiori. Considerava, inoltre, fondamentale la formazione professionale, onde offrire ai giovani la realizzazione personale, allontanandoli sia dalla delinquenza che dall’alcool, attraverso la responsabilizzazione e l’indipendenza economica.

Si occupò pure della Regia Accademia di pittura, successivamente chiamata Accademia Albertina. Trasformò i corsi superiori di belle arti, gratuiti, in corsi di tipo professionale, agevolando la frequentazione alle lezioni anche agli artigiani e ai lavoratori. Il 31 dicembre 1832 venne fondata la «Deputazione decurionale per le scuole». Nella prima seduta (8 gennaio 1833) Carlo Tancredi fu nominato segretario in virtù dei validi provvedimenti già presi. Dapprima organizzò l’ordinaria amministrazione, occupandosi immediatamente di numerosi problemi marginali: autorizzazioni ai maestri di scuole private, regolamentazione delle ricompense agli alunni meritevoli e frequenza dei sacramenti nelle scuole inferiori, un tema davvero non marginale per il Servo di Dio. In seguito si occupò dell’affidamento delle scuole superiori ai Fratelli delle Scuole Cristiane.

La scuola elementare, destinata anche ai ceti più popolari, offriva le conoscenze base: lettura, scrittura, far di conto, nozioni generali. La scuola primaria, anch’essa destinata ad impartire i primi rudimenti del sapere, aveva però la funzione di far accedere gli alunni alla scuola secondaria, rigidamente selettiva. Dopodiché iniziava la scuola di latinità che dalla classe sesta (iniziava all’età di otto anni) conduceva alla prima.

Educazione, istruzione e professione: «… il Marchese Barolo fu tra i rarissimi a interessarsi dell’orientamento professionale dei giovani appoggiandolo alla Scuola e meritando anche in ciò il titolo di precursore… il Marchese vide il problema e lo trattò qual’ era (sic); e vide anche che si doveva risolvere per tempo affidandolo per tutti già alla Scuola»[32].

Le autorità pubbliche a quei tempi non pensavano affatto all’orientamento professionale dei giovani e neppure la scuola popolare ci pensava, limitandosi  ad offrire conoscenze di carattere generale.

Accettare il proprio status era importante non solo per il destino individuale, ma anche per la solidità e stabilità sociale. Eccolo all’opera con il trattato Brevissimi cenni diretti alla gioventù che frequenta le scuole italiane intorno ai vari stati che da essa possonsi eleggere ed alle disposizioni con cui si devono abbracciare (Torino, Marietti, 1837), indirizzato ai giovani che si trovavano di fronte al punto interrogativo: quale professione intraprendere?

Di particolare interesse è l’aggettivo «italiane» dato alle scuole. Qui emerge il concetto di italianità della tradizione cattolica, diametralmente opposto a quello del liberalismo massonico ed anticlericale. Mentre questo quando parla di Italia intende riferirsi allo Stato, il Cattolicesimo del marchese di Barolo intende riferirsi alla nazione, vale a dire a quella comunanza di religione, di lingua e di cultura, che ha contraddistinto l’italianità già a partire dal basso Medioevo, quantunque si trovino cenni ad essa anche nell’alto.

Da tempo il marchese si stava occupando dell’insegnamento tecnico e professionale, perché vedeva nell’orientamento la formazione completa della persona. Sosteneva che il fondamento della vita sociale era il lavoro, un dovere che doveva essere perseguito da ciascuno al fine di «rendersi utile al prossimo, alla patria, all’umanità in qualunque modo anche più umile o più indiretto. E ciò il deve non solo pei vantaggi che può ritrarne su questa terra, poiché sovente gli sembrano assai poco proporzionati alle sue fatiche, ma per ubbidire al suo Celeste Fattore, e per servire come prescelto, ancorché debole, istromento della Provvidenza…»[33].

La volontà del pedagogista  è quella di mettere a frutto i talenti che Dio ha innestato in ogni persona. Tutti sono chiamati a svolgere nella propria vita un mestiere perché «”L’uomo quaggiù deve mangiare il suo pane al sudor della sua fronte”. Così volle Iddio dopo la caduta del primo che fu creato; e così gl’intimò l’Eterna parola per lui e pe’ suoi discendenti… l’ozio, l’inerzia, la vita disoccupata e inoperosa sono riprovevoli»[34].

La scelta del proprio domani lavorativo non deve, per il marchese, essere posticipata. Fin dall’adolescenza il ragazzo è chiamato a guardarsi intorno e osservare i settori a lui più congeniali. La decisione non deve essere però affrettata, occorre riflettere, ponderare, consigliarsi e pregare: «in sì importante occorrenza, forse la principale della lor vita, si dirigeranno con fervore di preci e sincerità di cuore al loro Padre celeste, che guida amorosa e infallibile vuol essere loro nel breve sentiero sul cui pongono il piede, e da lui imploreranno, chi i lumi bastevoli per eleggere, e chi la grazia necessaria per accettare uno stato, il quale prima d’ogni cosa sia conforme alla sua volontà. Quando… si dice uno stato non s’intende già parlare dello stato celibe, o del matrimonio, o di quelle altre vocazioni, su cui evvi assai più da pensare e da pregare, poiché ne dipende la santità della vita; ma si vogliono accennare soltanto quelle diverse professioni, od arti, o condizioni, che la gioventù… può e deve prendere di mira»[35].

Ci sono due concetti molto importanti da rilevare in questa citazione: il primo si riferisce alle vocazioni della vita religiosa o del matrimonio, dalle quali dipende l’essenza della vita di ogni persona; il secondo concetto, invece, è rivolto al mestiere che ognuno può intraprendere, da esso non dipende la salvezza dell’anima, come nei due casi precedenti, ma è soltanto l’esplicazione del proprio dovere, è la manifestazione evidente delle proprie qualità e capacità. Ciò non significa che la condizione lavorativa non abbia la sua intrinseca serietà, anzi, da come un soggetto svolge la sua mansione si comprendono le sue virtù.

C’è il caso in cui il giovane è obbligato a intraprendere una strada per via dei condizionamenti familiari, ambientali e occasionali. Qui la persona deve accettare il proprio stato con serenità confidando nell’aiuto divino. Se poi quella condizione non viene accolta, allora è inutile insistere su una via che risulta non essere la propria. È dunque necessario usufruire dell’esperienza già acquisita per lanciarsi in una nuova impresa.

Tutti, insomma, possono e devono contribuire, attraverso la fatica personale, al bene della propria patria. Il marchese pertanto dà un ruolo essenziale alla classe popolare che, inserendosi nel processo di ripresa economica avviatosi alla fine degli anni Trenta, avrebbe garantito l’accrescimento della ricchezza dello Stato.

Come abbiamo visto oltre all’impulso e al miglioramento delle scuole elementari già esistenti, il marchese si dedicò all’apertura delle elementari superiori, che in realtà erano l’abbozzo della futura Scuola tecnica e commerciale, istituita poi dalla riforma Casati[36], avendo anche lo scopo di fornire un addestramento all’esercizio del commercio e delle arti meccaniche. Scuole dunque professionali, il cui carattere spiccò con maggior evidenza nell’istituzione di scuole gratuite di disegno applicato alle arti e mestieri e d’incisione sul rame.

Il «Balôn» fu il primo territorio industriale della capitale subalpina. Esso era attraversato da diversi canali che servivano ad alimentare gli opifici. Proprio qui trovarono fissa dimora emarginazione, ignoranza e profonda miseria. Prontamente i Barolo si adoperarono per aprire una scuola elementare destinata alle bambine: l’infanzia e la gioventù femminile infatti erano maggiormente esposte ai pericoli della violenza e della prostituzione. Il 16 luglio 1820 Giulia inviò un resoconto del degrado di Borgo Dora al primo segretario per gli Affari Interni del Regno Sardo, Gaspard-Jerôme Roget conte di Cholex (1771-1828). Da questa iniziativa giunse una risposta positiva: i marchesi si sarebbero potuti occupare della situazione zonale. I coniugi interpellarono dunque la Mendicità istruita e le Suore di San Giuseppe di Chambéry. Quest’ultime mandarono tre inviate, le quali prima si prepararono adeguatamente all’insegnamento e in seguito diedero inizio, con quattro classi, all’anno scolastico.

Vulcano di idee e di iniziative, Carlo Tancredi propose l’apertura di un laboratorio di scultura in legno nella Valsesia. A Varallo esisteva la Società d’Incoraggiamento per lo studio del disegno, fondata il 4 settembre 1831, con lo scopo di offrire ai giovani della provincia la possibilità di indirizzarsi verso un lavoro sicuro e cioè l’artigianato artistico.

 

Il congedo

 

Carlo Tancredi di Barolo il 19 maggio 1838, forse presago della sua imminente partenza verso Colui che sempre aveva servito fedelmente, redige di suo pugno il testamento, che sarà consegnato e aperto il 5 giugno dello stesso anno alla Camera delle Conferenze del Reale Senato. Dopo aver fatto il segno della Croce, il marchese così si esprime: «Riflettendo all’incertezza dell’ora della morte, e desiderando provvedere alla disposizione di quelle cose, e di quei beni di cui Iddio mi volle possessore in questo mondo, ma che nella sua imperscrutabile saggezza non permise che io avessi a trasmettere in linea di discendenza diretta, io mi sono determinato di fare quest’atto di mia ultima volontà». Da vero cristiano accetta tutto e tutto lascia al fine di salvare la propria vita, perdendola in Dio (cfr. Lc 9, 23; 14, 25-33; Mt 10, 39). Le esequie devono essere semplici e austere nella parrocchia di San Dalmazzo: dovranno, ribadisce, essere sobrie, senza alcuna «pompa, né intervento di orfane, spedalieri, od altra corporazione». Sollecita invece l’intervento «nel più breve termine possibile» della celebrazione di sante messe di suffragio per la sua anima «in numero di mille». Segue un elenco di elemosine da destinare ai poveri «in suffragio dell’anima mia», da effettuarsi entro sei mesi dal decesso. Responsabili della distribuzione saranno i parroci delle chiese interessate, in accordo con sua moglie. Duemila lire dovranno raggiungere i poveri infermi abbandonati di Torino; mille lire l’ospedale di Santa Croce di Moncalieri; mille lire «una volta tanto» all’ospedale della Morra; cinquemila lire, nello spazio di un anno, alla Regia Opera della Mendicità istruita. Inoltre stabilisce: la somma necessaria per il diritto di due letti all’ospedale San Luigi Gonzaga con la facoltà, da parte della consorte, di decidere a quali persone inferme destinare i posti letto; una annualità perpetua di trecento lire a favore  dell’ospizio del Gran San Bernardo «con obbligo perpetuo di una messa solita nel giorno anniversario di mia morte»; lire trecento annue all’ospedale maggiore di Vercelli; altre seicento lire perpetue al noviziato dei Fratelli delle Scuole Cristiane; mille lire perpetue all’Opera di San Luigi.

Alla Reale Accademia delle Scienze lascia tutti i volumi latini, greci, ebraici della sua biblioteca, «eccettuati quelli che mio Erede universale giudicherà di interesse per suo uso particolare», «nomino mio Erede universale la marchesa Giulietta Francesca Falletti di Barolo nata Colbert mia dilettissima Consorte, e ciò in pegno del profondo affetto che io ho sempre nodrito [sic] per lei, e della mia alta stima, ed ammirazione per le sue virtù, volendo così porla in grado di proseguire l’esercizio a maggior gloria di nostra Santa Religione a beneficio de’ miei concittadini, ed a suffragio dell’anima mia… Persuaso ch’ella darà una pronta ed intera esecuzione a tutte le sovra espresse mie intenzioni… pieno… di fiducia nel suo vivo affetto per la mia memoria mentre penso con somma soddisfazione che ella farà certamente delle mie sostanze quel buon uso che è da lungo tempo lo scopo dei nostri comuni ed incessanti desideri». L’amministrazione per «quelle opere che per la loro utilità, religiosità, e morale ne sono cotanto meritevoli» la depone, tutta quanta, nelle sue mani, sicuro che sarà come lui vorrebbe, come se lui ci fosse.

Le parole a lei indirizzate saranno da Giulia citate nel proprio testamento, aggiungendo «Tale si era l’ultimo linguaggio del migliore degli uomini». Questo il commento lasciato dal conte di Cavour a proposito del testamento di Carlo Tancredi: «Stabilisce che sua moglie è l’erede universale senza restrizione alcuna. Lascia a Sonnaz ed a sua moglie qualche diamante di famiglia e gli fa dei legati pii che in tutto ammontano a non più di 40.000 franchi. Lascia il suo servizio da scrivania, in argento, a Pellico, raccomandandolo a sua moglie come uno dei suoi migliori amici. Non so se questo testamento ha deluso le numerose aspettative, ma non dubito che ne ottiene l’approvazione da parte di tutti gli uomini assennati, poiché qualunque sia l’opinione che si possa avere su Giulietta, si deve riconoscere che il patrimonio per lei non è mai stato che un mezzo per fare del bene»[37].

Ci sono uomini a cui la storia deve molto,  ma su di loro la polvere del tempo si è depositata… Tuttavia il tempo è galantuomo e ciò che gli uomini trascurano per ideologia, avanza, comunque, da solo, e chi ha difeso la verità, prima o poi, ritorna, per giustizia, al suo posto d’onore. «Ciò che abbiamo udito e conosciuto / e i nostri padri ci hanno raccontato, / non lo terremo nascosto ai loro figli» (Sl 78).

Cristina Siccardi

Fonte: Nova Historica


[1] S. Agostino, De sermone domini in monte, Liber Primus, 6.16.

[2] Cfr. A. Dofour, La Famille des Seigneurs de Barol. Essai historique, Turin, Botta de Jean Bruneri, 1884, p.44.

[3] Cfr. Certificato di battesimo, Torino, Opera Pia Barolo, Archivio storico della Famiglia Barolo, m.211, n. 38.

[4] D. Massè, Un precursore nel campo pedagogico il marchese di Barolo, Alba, Tip. Commerciale, 1941,op. cit., p. 1.

[5] S. Pellico, Orazione funebre per il Marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, Torino, Biblioteca Reale, P.M. 3969/13,  p. 5

[6] Pronipote del celebre ministro di Francia Jean-Baptiste Colbert (1619-1683).

[7] Il nome Barolo è conosciuto in tutto il mondo per l’ottimo vino («Re dei vini» e «vino dei re») che di esso porta l’etichetta. All’inizio del secolo scorso il vino Barolo iniziò per primo, in Piemonte, il ciclo che doveva poi orientare la produzione subalpina verso i vini secchi, anziché su quelli dolci. Furono proprio i marchesi Falletti ad incrementare tale produzione, facendo fermentare totalmente il mosto delle uve Nebbiolo – ottenendo così il Barolo – dei vastissimi possedimenti di Barolo, Serralunga, La Morra, influenzati da quanto avevano appreso dai frequenti contatti con la nobiltà francese della Borgogna, ormai esperti di vini secchi. I Savoia restarono ammagliati dal Barolo e dopo di loro Cavour, cultore di vigne. Pare che lo stesso pontefice Pio VII, ospite dell’Abbazia dell’Annunziata di La Morra, abbia, dopo aver degustato il buon vino, lo abbia elogiato. Ricordiamo, inoltre, che nell’Esposizione Internazionale di Vienna del 1873, il Barolo conquistò sette delle undici medaglie concesse al Piemonte. Ed era la sua “prima  uscita” ufficiale.

[8] Joseph de Maistre fu ambasciatore di Carlo Emanuele IV di Savoia in Russia. Fra le sue opere più importanti ricordiamo: Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche (1814); Del Papa (1819); Serate di San Pietroburgo (1821).

[9] A. Lonni, «Mendicità e assistenza», in AA.VV., Storia Illustrata di Torino, Milano, Elio Sellino Editore, 1992, Vol. IV, p. 1057.

[10] S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo, Torino, Marietti, 1864, pp. 70-71.

[11] 10. S. Romano, Le funzioni e i caratteri del Consiglio di Stato, in «Il Consiglio di Stato. Studi in occasione del centenario», Roma, 1932, p. 7

[12] M.R. Borsarelli, Nuovi documenti intorno alla rinascita del Consiglio di Stato nel 1831, in «Rassegna storica del Risorgimento», anno XXIII, fasc. 10, Ottobre 1936.

[13] Cfr. M.R. Borsarelli, La Marchesa Giulia di Barolo e le Opere assistenziali in Piemonte nel Risorgimento, Torino, Giovanni Chiantore, 1933, p. 30.

[14] Nel suo salotto si parlava di Rousseasu (1712-1778), di Voltaire (1694-1778) e degli enciclopedisti. Aveva ereditato la passione per le lettere dal padre Carlo Gerolamo (1731-1800), uno dei nobili più colti del tempo, amico del Metastasio (1698-1782), nonché protettore di Giuseppe Baretti (1719-1789).

[15] M.R. Borsarelli, Giulia di Barolo e le opere assistenziali in Piemonte, op. cit., p.8.

[16] Leggiamo in E. Busca, Nel centenario della morte del marchese Tancredi Falletti di Barolo, Torino, L.I.C.E, nota p. 10: «Il Capo dell’Ufficio Tecnico del Municipio, Ing. Ghiotti, ebbe a dire a un amico che parecchi lavori di rimodernamento e di abbellimento della città, fatti assai tempo dopo la morte del Marchese di Barolo, erano stati da lui ideati e progettati».

[17] Archivio Storico della Città di Torino, Collezione IX, vol. 194, «Carte relative alle Scuole del disegno». La Memoria reca la data del 15 gennaio 1838.

[18] Archivio Storico della Città di Torino, Ordinati, vol. 342, pp. 262-266 e 313-317, verbali del 28 e 30 agosto 1826.

[19] Cfr. Archivio Storico della Città di Torino, Ragionerie, 1828, vol. XXVI, pp. 383-384.

[20] Sulla donazione del marchese di Barolo e sulla realizzazione del Cimitero generale di Torino esiste una documentata bibliografia: D. Bertolotti, Descrizione di Torino, Pomba, Torino 1840, pp. 74-78; L. Cibrario, Storia di Torino, vol. II, Alessandro Fontana, Torino 1846, pp. 73-74; G. F. Baruffi, il Camposanto de’ torinesi. Passeggiata nei dintorni di Torino, G. Favale e Comp., Torino 1863, pp. 15-17; G. Avataneo, Camposanto di Torino. Collezione di tutte le iscrizioni inamovibili…, Cerutti e Derossi, Torino 1864, pp. V-VII; P. Baricco, Torino descritta, G.B. Paravia e Comp., Torino 1869, pp. 291-293; A. Carella, Il parco delle mezze lune, Torino, 1987, p. 51 ss.; C. Siccardi, Giulia dei poveri e dei re. La straordinaria vita della marchesa di Barolo, Gribaudo, Cavallermaggiore (CN) 1992; C. Siccardi, Ricordo del Marchese Tancredi di Barolo nel 150° della sua morte. Il padre dei poveri, in «Il nostro tempo», Torino, Anno 44, n. 45.

[21] C.T. Falletti di Barolo, Sull’educazione della prima infanzia della classe indigente. Brevi cenni dedicati alle persone caritatevoli, Chirio e Mina, Torino 1832, p. 60.

[22] Cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/giulia-vitturnia-francesca-marchesa-di-barolo-colbert_(Dizionario-Biografico).

[23] S. Pellico, La Marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert, Tip. San Giuseppe degli Artigianelli, Torino 1914, pp. 74-75.

[24] P.L. Barbero, L’epidemia di colera a Torino nel 1835 e il contributo del Marchese Carlo Tancredi di Barolo, Atti del convegno celebrativo del 150° anniversario della morte del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, Torino 1989, p. 14.

[25] D. Berti, Lettera a Cesare Alfieri, Roma, 1877 oppure in «Giulia di Barolo Carità sempre subito», rivista di collegamento e di informazione per promuovere la causa di canonizzazione della serva di Dio Giulia di Barolo, Anno terzo, n. 1- 1°semestre 1993, pp. 29-30.

[26] Alphonse Marie Louis Prat de Lamartine fu poeta, scrittore e uomo politico. Nel 1848 divenne capo del governo provvisorio della Repubblica; in seguito al colpo di Stato del 1851, si ritirò deluso dalla vita politica. Ricordiamo alcune sue opere: Meditazioni (1820), Nuove meditazioni (1823), L’ultimo canto del pellegrinaggio d’Aroldo (1825), Armonie politiche e religiose (1830), Viaggio in Oriente (1835), Corso familiare di letteratura  (1856-63).

[27] V.P. Ponti, Lettere inedite di Alphonse De Lamartine alla Marchesa di Barolo, Torino, Casa Editrice Chiantore, suc. Ermanno Loescher, 1926,  p. 22.

[28] C. Bon Compagni, Delle Scuole infantili, Giannini e Fiore, Torino 1839, p. 7.

[29] G. Chiosso, Il Marchese di Barolo e l’educazione del popolo, intervento al convegno nel 150° anniversario del Marchese di Barolo, Torino, palazzo Barolo, datt., p. 3. Cfr. Bilancio generale per l’esercizio dell’anno 1830 (cioè dal 1° aprile 1830 al 1° aprile 1831), categoria 13; £. 2845,30 a consuntivo: «per la scuola di ricovero comprese le spese di primo stabilimento ed altre fatte nella stessa circostanza», Archivio Barolo di Torino, carte non inventariate.

[30] C.T. Falletti di Barolo, Sull’ educazione della prima infanzia… op. cit., p. 10.

[31] C.T. Falletti di Barolo, Brevissimi cenni diretti alla gioventù che frequenta le scuole italiane intorno ai vari stati che da essa possonsi eleggere ed alle disposizioni con cui si devono abbracciare, Torino, Marietti, 1837, p. 65.

[32] D. Massè, op. cit., pp. 63-64.

[33] C.T. Falletti di Barolo, Brevissimi cenni diretti alla gioventù che frequenta le scuole italiane… op.cit., in D. Massè, op. cit., p. 65.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 66.

[36] È noto come Legge Casati il regio decreto legislativo del 13 novembre 1859, n. 3725 del Regno di Sardegna, entrato in vigore nel 1860 e successivamente esteso, con l’unificazione, a tutta l’Italia. La Legge, che prese il nome dal Ministro della Pubblica Istruzione Gabrio Casati (1798-1873) e fece seguito alle leggi Bon Compagni del 1848 e Lanza del 1857, riformò in modo organico l’intero ordinamento scolastico, dall’amministrazione all’articolazione per ordini e gradi ed alle materie di insegnamento, confermando la volontà dello Stato di farsi carico del diritto-dovere di intervenire in materia scolastica a fianco, ma anche in sostituzione, della Chiesa cattolica. La Legge non si ispirò ai modelli stranieri, determinando un graduale distacco dagli stessi del sistema educativo italiano, tuttora riscontrabile nei programmi, nei metodi di insegnamento e nelle materie. Si propose di contemperare diversi principi: il riconoscimento dell’autorità paterna, l’intervento statale e l’iniziativa privata. A tal proposito, la Legge sancì il ruolo normativo generale dello Stato e la gestione diretta delle scuole statali, così come la libertà dei privati di aprirne e gestirne di proprie, pur riservando alla scuola pubblica la possibilità di rilasciare diplomi e licenze.

 

[37] In «Giulia di Barolo Carità sempre subito», op. cit. p. 30.

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