Il bene va fatto bene ma il molto rumore fa poco bene

 

Da domenica 29 settembre, giorno di San Michele Arcangelo, campeggia, in piazza San Pietro, accanto al Colonnato del Bernini, un nuovo monumento. No, non è il Crocifisso. No, non è Maria Santissima e neppure l’Arcangelo Michele, bensì il monumento agli Angels Unwares – Angeli Inconsapevoli, realizzata dallo scultore figurativo canadese Timothy Schmalz, contattato dal sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Michael Czerny, che sarà creato cardinale nel Concistoro del 5 ottobre prossimo. La scultura, inaugurata e benedetta da papa Francesco nella Giornata Mondiale del Migrante, «raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici», ha spiegato il Pontefice, «ho voluto questa opera artistica qui in Piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza».

L’opera, in bronzo e argilla, riprodotta a grandezza naturale, riproduce persone ammassate in piedi su una zattera, che a prua termina come una barca, e in mezzo a loro spiccano in alto le ali di un angelo «come a suggerire la presenza del sacro tra di loro», come si legge su Vatican news. Ma a quale sacro si riferisce la testata vaticana, visto che ognuno ha una propria credenza? Islamici, cristiani, ebrei, atei… Non ha più importanza per la Chiesa di oggi, quella del Concilio Vaticano II pienamente applicato: credenti o non credenti, tutti si salvano attraverso un non identificabile dio relativista come molti uomini di Chiesa e così misericordioso da non conoscere giustizia.

In nessun passo del Vangelo si insegna che è cosa bella e buona l’emigrazione di massa e in nessun passo dell’Antico Testamento si afferma che sia stata cosa bella e buona l’emigrazione degli ebrei in terra d’Egitto, come dimostra la storia sacra di Giacobbe e dei suoi dodici figli, che lasciarono Canaan durante una grave carestia e si stabilirono a Goscen nel nord dell’Egitto. I loro discendenti furono resi schiavi dal governo del Faraone e dopo circa 400 anni di schiavitù, YHWH, il Dio di Israele, mandò il profeta ebreo Mosè della tribù di Levi a liberare gli Israeliti dalla cattività. Secondo la Bibbia, gli ebrei emigrarono dall’Egitto (evento conosciuto come Esodo, da cui ha preso il nome uno dei Libri Sacri) e tornarono alla loro patria ancestrale di Canaan, segnando la formazione di Israele come nazione politica in Canaan, nel 1400 a.C. Il ritorno alla «Terra promessa», ovvero alla terra di Israele, promessa da Dio ai discendenti di Abramo, fu letto come un fatto miracoloso, ponendo sotto una luce di salvezza e di incommensurabile gioia il ritorno alla propria terra, alle proprie radici.

Oggi per papa Francesco le emigrazioni di massa sono un fenomeno bello e buono e i popoli devono accogliere tutti, senza dar peso alla criminalità organizzata degli scafisti, alle lobby di potere che sostengono le Ong, alla corruzione spirituale e morale che si perpetra sia nella vita di chi parte (pochi profughi e per la maggior parte clandestini, per lo più in cerca di fortuna economica, quando non criminali e terroristi), sia di chi li ospita e agli uni e agli altri il Papa non parla di salvezza dell’anima attraverso Cristo Redentore, bensì di accoglienza globalistica e demagogica, quella che non rende conto ai popoli, ma alle pianificazioni pianificate per interessi politici ed economici.

All’Angelus Francesco ha affermato: «Nessuno rimanga escluso dalla società, che sia un cittadino residente da molto tempo o un nuovo arrivato». Il suo dire pare non avere ordine e logica perché non proporzionale alle possibilità reali di una nazione, come la Grecia o come l’Italia, per esempio, di accogliere tutti quanti senza un criterio sociale, pedagogico, lavorativo, ma è dettato da una sorta di oclocrazia.

Il tema dell’opera, come riportano le fonti vaticane, ha l’intento di rimandare ad un passo paolino, dove si dice: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13, 1-2). L’ospitalità fa parte della santa carità cristiana, ma il bene va fatto bene e per il bene; il bene cattolico non è mai a casaccio, né tanto meno per seguire politiche lontane dai principi di Dio, come risultano essere quelle globaliste ed emigrazioniste. Nel 2013 Benedetto XVI, per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, lanciò un chiaro messaggio, peraltro raccolto da altri vescovi del Continente nero, che tutt’oggi tentano di smontare le illusioni di molti che vengono tentati da vere e proprie organizzazioni senza scrupoli e che lucrano da questo fenomeno che rimanda ad una moderna tratta degli schiavi: «Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Questo pensiero fa parte della Tradizione della Chiesa e che venne ripreso sia da Pio X (nel momento in cui gli italiani emigravano in massa all’estero) che da Giovanni Paolo II, quando disse: «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione» (Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, 1998). La Chiesa ha sempre sostenuto il principio dell’appartenenza alla propria terra originaria e quando i fenomeni migratori diventano collettivi allora significa che esistono seri fattori strutturali, elementi da tenere sotto controllo per comprendere pienamente cause ed effetti, e agire di conseguenza, partendo da sani concetti filosofici e per quanto riguarda la Chiesa anche sani concetti teologici.

L’emigrazione di massa e le invasioni non sono mai un bene, per nessuno. Il beato Giuseppe Allamano (1851-1926), Angelo Consapevole – come lo fu san Paolo e tanti, tanti altri santi della Carità cristocentrica – che si intendeva assai di evangelizzazione, in qualità di fondatore delle congregazioni dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, affermava: «Il bene fa poco rumore: il molto rumore fa poco bene. Il bene va fatto bene e senza rumore» e ancora: «Non dobbiamo semplicemente fare il bene: dobbiamo farlo con diligenza e nel miglior modo possibile».

 

Fonte: Corrispondenza Romana

 

 

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