Una famiglia… davvero cristiana

Vivere il matrimonio, anzi fondarlo sulla fede cattolica, si può:A dimostrarlo, sono i coniugi Barolo: assistettero gli indigenti, curarono i malati, ebbero a cuore l’educazione dei giovani, fondarono la prima Cassa di Risparmio di Torino per i piccoli risparmiatori. Ed ora il processo di beatificazione è iniziato per entrambi.

 

di Cristina Siccardi

 

La civiltà cristiana non è formata da individui, bensì da famiglie; infatti la civiltà che oggi non riconosce più il valore essenziale della famiglia non è più cristiana in quanto non riconosce più nel valore sacramentale del matrimonio un vincolo inviolabile e indissolubile; non riconosce più la sacralità della vita (aborto ed eutanasia); ritiene normale l’unione civile fra omosessuali, così come ritiene normale l’adozione di bambini a coppie gay. La filosofia del soggettivo tiranneggia quella realistica dell’oggettivo, mentre il bene e il male non vengono più dichiarati per quello che sono e la voce del primo fatica ad esprimere le proprie ragioni. Ecco che guardare ai modelli santi di vita cristiana diventa molto utile per togliersi dalla confusione più totale.

“Padre e madre dei poveri”

Nella storia dell’umanità non sono molte le coppie di sposi perfettamente riuscite, coppie che si siano distinte per l’armonia fra di loro, per la Fede vissuta insieme e che si siano prodigati, con i medesimi intenti, per il bene del prossimo. Fra queste rare coppie sono da annoverare Tancredi Falletti di Barolo (1782-1838) e Juliette Colbert de Maulévrier (1786-1864).  Non soltanto vissero cristianamente, seriamente e costruttivamente il loro reciproco amore, ma lo offrirono a Dio. Prese separatamente le loro figure sono straordinarie, moltiplicate per due sono la dimostrazione che il mondo si può davvero cambiare, se le regole di comportamento sono dettate dai principi evangelici. La Fede cattolica, infatti, è stata il fondamento sul quale hanno edificato la loro casa sulla roccia.

Ambedue hanno saputo mettere a frutto talenti, ricchezze, prestigio per la Gloria di Dio, per la cristianizzazione della società e per la riabilitazione degli indigenti. Essi sono la dimostrazione concreta che è cristianamente possibile possedere molti beni e tuttavia esserne distaccati; sono la prova inconfutabile che se la ricchezza sta nell’anima, allora prestigio e potere possono essere messi al servizio di Dio e degli altri con sorprendenti risultati. Attaccando il loro cuore non ai beni materiali, ma a Cristo hanno abbracciato la Croce e così facendo hanno fatto loro le Sue sofferenze e le sofferenze degli infelici. Sono divenuti, come già li chiamavano quando erano in vita, «padre e madre dei poveri», ottenendo quel titolo genitoriale che di natura non ebbero.

Cristo è stato il collante della loro unione coniugale, Cristo è stato il loro vessillo, la loro guida, il loro Maestro, il loro supremo obiettivo, tutto il resto è stata una conseguenza di questo amore incondizionato che derivava da una Fede che non era sentimento, ma vita quotidiana (Sacramenti, Santa Messa, meditazione, preghiera) e che manifestavano pubblicamente, senza timori o ipocrisie. Hanno vissuto con Speranza, donandola generosamente e gratuitamente agli altri con il loro costante aiuto e la loro serena presenza: migliaia di persone hanno così abbracciato la gioia di esistere, hanno trovato una chiave per aprire la porta che ha risolto i loro problemi in terra, scoprendo pure la chiave che ha aperto loro il mistero della Salvezza eterna. Tancredi e Juliette hanno vissuto in funzione della carità, per la quale si sono spesi totalmente, consumandosi in essa.

Tutto al servizio di Dio

In un’epoca nella quale il matrimonio ha perso la sua dimensione sacramentale per entrare in una dimensione prettamente egocentrica ed individualista, dove il divorzio è diventato fatto normale come normale è considerata la convivenza, senza più considerare la legge divina che chiama l’uomo e la donna a divenire una cosa sola sotto la grazia di Dio, Tancredi e Juliette parlano alle squilibrate unioni di oggi con il loro riuscitissimo matrimonio: 32 anni di vita comune, dove tutto veniva condiviso in un cuor solo ed un’anima sola. Ciò che apparteneva all’uno apparteneva all’altra, sia per quanto riguarda i beni materiali, che per i beni spirituali: nulla celavano di sé e tutto mettevano al servizio del Regno di Dio. Un’unione fuori moda? Più realistico affermare: un’unione d’eccezione e senza tempo. Ciascuno consapevole delle proprie responsabilità e della serietà della fuggevole vita.

Juliette Françoise Victurnie nasce nel castello di Maulévrier, in Vandea; Tancredi a Torino. Serena l’infanzia di Tancredi, dolorosa quella di Giulia che vede gli orrori della Rivoluzione francese. Nei giorni del grande Terrore la sua famiglia è perseguitata: la nonna, la zia paterna ed altri parenti sono condannati a morte e vengono ghigliottinati. Episodi questi che resteranno per sempre impressi nella memoria di Giulia e che non riuscirà mai a cancellare, come non dimenticherà più la sua Vandea, dalla quale ha appreso la tenacia, la resistenza e la fortezza.

A 18 anni Tancredi è nominato paggio imperiale e sarà Napoleone Bonaparte (1769-1821) a combinare il matrimonio del giovane Tancredi con la damigella di corte Giulia Colbert: le strategie matrimoniali erano considerate attentamente dalla diplomazia bonapartista con lo scopo di conquistarsi la simpatia delle famiglie potenti e facoltose. Quell’unione, comunque, risulterà eccezionale. Il matrimonio viene celebrato a Parigi il 18 agosto 1807.

Nel 1814 la battaglia di Lipsia fa cadere l’Impero napoleonico e re Vittorio Emanuele I (1759-1824), come gli altri sovrani spodestati, rientra nella sua capitale. I Barolo si stabiliscono così definitivamente a Torino, nel loro magnifico Palazzo di via delle Orfane.

Per il bene comune

I due sposi non possono avere figli, ma, nonostante la sofferenza, il loro amore non viene meno, anzi si fortifica e decidono di adottare come tali gli infelici e i bisognosi. Viaggiano molto, in tutta Italia e all’estero. Ammirano luoghi, paesaggi, città, incontrano persone, istituzioni sociali. Entrambi osservano attenti realtà ed esperienze, problemi sociali e varietà di soluzioni sia in campo educativo che in quello carcerario. Nascono da questi esami stimoli ed orientamenti per iniziative da realizzare a Torino, una città che ha bisogno di essere soccorsa. La capitale subalpina, che si sta industrializzando, è diventata infatti un bacino che raccoglie gli immigrati dalle campagne in cerca di lavoro e di fortuna, ma saranno in molti a trovare invece miseria, abbrutimento, malattia e morte. Ebbene i Barolo pensano realmente al «bene comune» e se di sera il loro Palazzo apre le porte per accogliere l’élite a livello culturale, economico, politico; di giorno offre il pasto a ben duecento diseredati.

Non fu Ferrante Aporti (1791-1858), sostenuto dalle autorità liberali e massoniche, a fondare il primo asilo in Italia, bensì Tancredi nel 1825, anno in cui divenne Sindaco di Torino e due anni dopo si fece promotore  della costruzione della chiesa della Gran Madre di Dio. Membro del corpo amministrativo municipale (Decurione), segretario della deputazione del Consiglio Generale per l’Istruzione Pubblica e consigliere di Stato di re Carlo Alberto (1798-1849), il marchese si dedicava in modo particolare all’istruzione e alla formazione professionale della gioventù povera.

Nel 1834, in accordo con l’amata consorte, fonda la congregazione delle Suore di Sant’Anna per assicurare una presenza educativa qualificata nell’Asilo Barolo; mentre Juliette fonda, in accordo con l’amato consorte, la Congregazione delle Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena (oggi Figlie del Gesù Buon Pastore).

Il marchese promuove grandi opere urbane per fare di Torino una città più funzionale e più salubre: fa costruire giardini, fontane con acqua potabile, migliorando anche l’illuminazione cittadina. Di tasca propria finanzia –unica condizione gli fosse riservato un posto per la sua sepoltura – la costruzione del Cimitero Generale della città. Nel 1827 istituisce la prima Cassa di Risparmio di Torino per i piccoli risparmiatori: domestiche, commercianti, artigiani…

Nell’estate del 1835 arriva il colera. Giulia e Tancredi si prodigano per l’assistenza ai malati esponendosi ai rischi di contagio. Per l’eroico servizio ai colerosi la marchesa riceve la medaglia d’oro dal Governo e il consorte, la cui salute è purtroppo minata irreparabilmente, viene insignito della Commenda dei santi Maurizio e Lazzaro.

Giulia studia a fondo la situazione carceraria visitando diverse prigioni in Francia e in Inghilterra, dove ha modo di conoscere Elisabeth Fry (1780-1845), studiosa della questione carceraria, nel penitenziario di Negate. Maestra dietro le sbarre, Giulia si faceva chiudere nelle celle insieme alle detenute, insegnando loro a leggere, scrivere, pregare… e si fece non solo rispettare, ma amare. Più luce, più pulizia, più sanità entrarono in quelle celle e molte delle detenute, uscite dal carcere, si fecero Suore Maddalene, mentre le altre trovavano una sistemazione sposandosi o, essendo istruite e avendo appreso un mestiere, trovavano una collocazione dignitosa.

Un’unione perfetta

Giulia e Tancredi: modello di comunione coniugale perfetto. Spogliati di ogni orgoglio patrizio ruppero lo specchio del potere fine a se stesso e di cui avrebbe potuto abusarne. Difesero la Fede nel secolo del liberalismo e della massoneria. Educarono, evangelizzarono, convertirono, puntando sulle riforme delle istituzioni pubbliche e seminando la carità e la giustizia che soltanto il Cattolicesimo può realizzare al meglio.

Il processo di beatificazione è iniziato per entrambi: 21 gennaio 1991 per lei; 8 febbraio 1995 per lui. Il 23 ottobre 2013 i resti mortali di Tancredi sono stati esumati e traslati in Santa Giulia, dove Juliette riposava già dal 1899 in quella magnifica chiesa neogotica che lei stessa aveva fatto erigere.

Fonte: Radici Cristiane, maggio 2014
 
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